Perché non bisognerebbe partecipare a concorsi letterari a pagamento, o a nessuno di essi.

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“… non si può partecipare
subito a un concorso di poesia
che idea
intitolarla ‘apnea’
vale un primo posto…”

(“Il pescatore di asterischi” – Samuele Bersani)

 

Chi si appresta a scrivere il seguente post, in passato, ha partecipato a numerosissimi concorsi letterari comprendenti la cosiddetta “quota di partecipazione” o “tassa di lettura”, preferendo di gran lunga la prima definizione, anche se l’effetto è lo stesso, dal momento che viviamo in un paese i cui abitanti sono già abbondantemente tassati da chi governa e non c’è bisogno di esserlo anche in ambito culturale e creativo. Sempre lo scrivente gestisce un “servizio di recensione a pagamento” e quindi, prima che qualche detrattore di professione metta in evidenza questa sua presunta contraddizione, ci terrebbe a distinguere i due momenti “pagati”: mentre una recensione è caratterizzata da un rapporto privato tra recensore e autore, e il recensore non sfrutta secondariamente l’opera ma mette a disposizione il proprio tempo per recensire, tempo che deve essere valorizzato ricorrendo al vil denaro, nel caso delle opere inviate a un concorso letterario vi sono gli estremi per uno “sfruttamento” delle stesse nell’ambito di una manifestazione sociale o di un evento culturale pubblico, e quindi a volerla dire tutta dovrebbero essere gli autori partecipanti a ricevere un pagamento, dal momento che senza le loro opere la manifestazione letteraria non avrebbe luogo. Poiché anche questa ipotesi apparirà a molti di voi utopica e lontana dalle esigenze pratiche reali di chi organizza degli eventi che comportano una spesa, l’unica soluzione dovrebbe essere quella di indire bandi per concorsi letterari caratterizzati da un rapporto di gratuità tra autori/partecipanti e organizzatori/lettori, facendo affidamento quando possibile a fonti terze di sovvenzionamento.

Tenterò in seguito di elencare quelle che secondo il mio modesto parere sono le motivazioni che dovrebbero spingere un autore a partecipare solo ed esclusivamente a concorsi gratuiti o forse, addirittura, a non partecipare a nessun tipo di concorso:

  • al di là del fatto che chi partecipa, con il semplice “esserci”, alimenta già un meccanismo che tiene in piedi l’evento, c’è da dire che accade molto spesso di assistere anche alla conseguente nascita editoriale di antologie rimpolpate dalle opere in concorso e che dalla cui vendita i vari autori partecipanti non ricaveranno una cosiddetta “lira scannata”: i proventi serviranno a qualche opera di beneficenza di cui si perderanno le tracce dopo pochi minuti dalla fine del concorso o a un più realistico recupero di quelle spese anticipate dai volenterosi organizzatori che a volte si autotassano o alleggerendo le già esigue casse di una sconosciuta “associazione culturale” – in ogni angolo del mondo c’è sempre un’associazione culturale che sforna eventi – che per darsi una ragione di esistere più consistente della semplice registrazione negli elenchi dell’associazionismo, sceglie di “scendere in campo”, quello culturale ed editoriale, e salvare finalmente dall’annientamento letterario questa società già ampiamente devastata da WhatsApp e Facebook! La maggior parte dei concorsi, inoltre, non inviando neanche una copia omaggio all’autore (e dico “una”, con la sacrosanta clausola di pagare almeno le altre eventualmente ordinate), costringe quest’ultimo a dover aggiungere alla succitata tassa di lettura anche un’altra tassa di lettura, ovvero la propria: va pagato il piacere vanitoso e vano del leggersi su un prodotto editoriale destinato il più delle volte a circuiti interni (“io leggo te, tu leggi me!”) e sconosciuti alle grandi “correnti” commerciali. In tanti anni di partecipazione a questa tipologia di concorsi, solo una volta mi è capitato di intravedere una di queste antologie tra gli scaffali di un famoso bookstore abituato a metabolizzare altre tipologie di prodotti e a ritmi ben più serrati di quelli di un’antologia con cadenza annuale. Ma a volte questi “prodotti di nicchia” sfuggono al duro filtro del marketing per giungere alla vista del grande pubblico.

  • Uno degli aspetti più comici dei concorsi letterari a pagamento è quello riguardante una regola non scritta secondo la quale l’autorevolezza del concorso sarebbe direttamente proporzionale alla quota di partecipazione: con 10 euro si verrà letti distrattamente da un impiegato in pensione, accanito lettore di gialli (e per questo considerato “letterato” dagli amici del dopolavoro) con molto tempo a disposizione da dedicare alla promozione della cultura (come esclamò un famoso “filosofo” di cui non ricordo il nome: “Cultura! Cultura! Ma cu minchia è sta cultura?”); all’opposto con 50 euro avrete Umberto Eco che correggerà personalmente con la sua Mont Blanc le bozze della vostra fatica prima di essere inserita nell’antologia di cui sopra…! In realtà, il più delle volte, la quota di partecipazione “salata” serve ad addobbare il nulla e a creare un’atmosfera di autorevole pomposità – grazie anche all’utilizzo di location hollywoodiane del tutto inutili – intorno a un evento più social-scopereccio che culturale; molto spesso, intorno a concorsi con quote irrisorie o addirittura gratuiti orbitano persone modeste ma preparate, grandi lettori e lettrici, amanti del testo alla ricerca del bello e di nuovi significati, ovvero persone che colgono l’occasione del concorso non per battere cassa bensì per incontrare altre anime attraverso la scrittura. Lo so, è un’utopia romantica… ma così è! A quel punto non importerà tanto la ricchezza del premio in palio o l’inserimento in un’antologia, quanto piuttosto la valorizzazione del testo attraverso il confronto. L’importante è ESSERE LETTI, ma letti veramente, non per finta, tanto per trovare dei capri espiatori con cui giustificare l’evento senza il quale la letteratura si salverebbe ugualmente e con mezzi più dignitosi. Essere letti, ricevere un parere amichevole e sincero, caso mai davanti a un bicchiere di vino offerto dagli organizzatori che ammettono sinceramente di non potersi permettere di più. Letteratura VIVA che si ripaga da sola! Nel mondo, tra la gente, nutrendosi di incontri semplici, anche senza la presenza della stampa o di un tappeto rosso…
  • Ma le quote di partecipazione servono ad acquistare le coppe e le targhe! Se hai bisogno di una targa con il tuo nome stampato sopra per ricordarti il motivo per cui scrivi, allora forse è giunto per te il momento di smettere di scrivere… E di cominciare a vivere per poter ritornare, forse, a scrivere con una motivazione più forte della conferma conferita da un pezzo di metallo incollato sul velluto. Quando anni fa riposi coppe impolverate, pergamene, targhe e medagliume vario nelle apposite scatole in vista di un dignitoso seppellimento in fondo al garage, avvertii un sussulto liberatorio, liberazione che la mia anima attendeva da anni. Qualcosa significherà, no? Il sistema dei concorsi a pagamento forse, anzi sicuramente, si nutre di questa vanità che stentiamo a sopprimere: c’è bisogno comunque di vivere questa fase “stupida” della vita, di ricevere un riconoscimento pubblico che in seguito fortunatamente deprecheremo, soprattutto se vissuto come sintomo di una soddisfazione che non ha ragione di esistere e non come un’occasione di confronto da cui ripartire.
  • Bisognerebbe aborrire le presentazioni pubbliche e tutte quelle forme di autoerotismo culturale che coinvolgono più di cinque persone! E non per misantropia o per creare un alone di “sintomatico mistero” intorno a figure umane in fin dei conti banali proprio perché umane: ricordo ancora Doris Lessing quando apprendendo di aver vinto il Nobel per la letteratura, mentre scendeva da un taxi con le buste della spesa in mano, esclamò un blasfemo “Oh Christ!” invece di fare una dichiarazione dal tono epico da conservare negli archivi biografici dei Nobel britannici. Come afferma lo scrittore William Forrester nel film “Scoprendo Forrester” di Gus Van Sant riferendosi ai reading: “Servono solo per trovare da scopare…”. Lo stesso forse vale anche per i concorsi letterari e altri eventi “culturali” simili. Quello che aveva da dire, un autore lo ha già detto nel suo scritto: non c’è bisogno di aggiungere altro caffè a un tiramisù già pregno! Ammesso che l’aggiunta non servi per scopare, appunto. In quel caso trattasi di un’aggiunta giustificata. È vero: c’è la promozione del libro da fare in giro per il mondo. Le case editrici lo esigono perché ci campano! Eppure ho assistito a presentazioni di autori capaci di promuovere il proprio libro senza nominarlo o sfiorarne i contenuti, senza “autocitarsi addosso” ma parlando d’altro. Se questo vale per autori celebri, a maggior ragione dovrebbe valere per noi sconosciuti: se si è sconosciuti un motivo ci sarà e quindi perché “pompare” un sistema, che non abbiamo saputo conquistare per incapacità gestionale o mancanza di talento, con il nostro esasperante presenzialismo? Non è meglio starsene a casa leggendo i grandi o cercando di riscrivere un testo invece di promuovere il nulla andandosene a zonzo tra cerimonie e mondanità varie, sfoggiando un Panama bianco per darsi un tono da Hemingway?
  • La maggior parte dei patrocini (alti o bassi che siano) con cui questi concorsi a pagamento “ornano” i loro bandi e regolamenti sono “patrocini senza portafoglio”, volendo usare una tipica espressione destinata a un certo tipo di ministri. Della serie: il comune, la regione, la provincia sono con voi moralmente ma con spenderanno una “lira scannata” per il vostro palcoscenico autoreferenziale su cui tentate di farvi passare per gente colta e attenta alla promozione della creatività letteraria. Quindi lo sguardo degli organizzatori volge in automatico verso il portafoglio dell’autore vanitoso che pur di vedere il proprio nome e il titolo della “cosetta” presentata in concorso stampati su una pergamena da 5 euro è disposto a versarne 10, 15, 20, 25 ecc. E il carrozzone del circo pseudo letterario prosegue incontrastato sulla sua via!
  • Quando nel bando di un concorso si afferma che una parte delle quote sarà devoluta in beneficenza è perché si vuole promuovere un concetto secondo me malsano di “letteratura benefattrice”; quasi come a voler cercare una giustificazione pratica da affibbiare a una ricerca, quella letteraria, che di pratico e di utile non dovrebbe avere alcunché. La letteratura deve essere inutile per essere utile: la sua utile inutilità deriva dal fatto che svolge, quando non motivata da pulsioni filantropiche da “esercito della salvezza”, un ruolo alienante. L’effetto benefico della letteratura è contenuto nel suo egoismo congenito, nel suo creare solitudine e lontananza dal mondo, senza avere la pretesa di salvarlo o di amarlo, dallo “scrivere per se stessi” (anche in caso di pubblicazione). Il tutto in vista di un riconoscimento vero del mondo stesso e di un nuovo avvicinamento, più sereno e meno adulterato, tra l’autore e la società. Lo stesso concetto è applicabile ai concorsi la cui tematica (imposta) è di stampo filantropico, come se si potessero pilotare “a comando” la struttura di un racconto o l’immagine intorno alla quale si coagulano i versi di una poesia. Il testo già è, esiste ed è refrattario, quando è un vero testo letterario, a qualsiasi pulsione assistenzialista: dopo la “creazione di pancia” con la logica e la tecnica scritturale si possono rimuovere i materiali superflui che ricoprono una verità esistente nell’autore; se questa operazione onesta farà “del bene” al lettore, ben venga, pur restando un fatto secondario.
  • Non fidatevi di quei concorsi che rivelano i componenti della giuria un minuto prima dell’inizio della manifestazione o addirittura nel corso della stessa. Se pensate che il “mistero” intorno alle giurie sia mantenuto affinché non vi siano tentativi da parte degli autori di influenzare i membri, scordatevelo. Il vero motivo, nella maggior parte dei casi, è che si vuole nascondere uno spaventoso “fai da te” interno nell’ambito della valutazione dei testi: dire che il “lavoro sporco” della lettura dei testi è stato effettuato da pochi personaggi anonimi dietro le quinte del concorso, sarebbe disdicevole. Si fa più bella figura invece presentando, nel corso della serata, un elenco di nomi autorevoli che – statene certi! – non hanno sfiorato i vostri preziosi scritti neanche con la coda dell’occhio, perché troppo impegnati nelle loro importanti attività professionali, ma saranno bravi a farvi credere di aver dormito con il vostro racconto sul comodino, svegliandosi di notte per rimuginare sulle vicissitudini del personaggio. E a dire il vero questo può accadere anche quando le giurie sono rese note in netto anticipo.
  • Ma nel caso in cui il premio è in denaro, forse è più giusto pagare la tassa di lettura? No, non lo è neanche in questo caso: la tassa di lettura non è giustificata in base al tipo di premio in palio. E poi ad usufruire del premio in denaro, non dimentichiamolo, saranno solo i primi tre classificati (i premi sono pagati, per dirla in breve, dai loro “colleghi” non vincitori e non certamente dall’organizzazione), ricevendo cifre da considerare simboliche se paragonate agli incassi effettuati dagli organizzatori grazie al totale delle quote di partecipazione. Solo in alcuni casi i premi in denaro sono abbastanza alti da far credere all’autore di poter vivere facendo lo scrittore. Ma generalmente questa sensazione di gloria anche economica dura pochi minuti e i soldi del premio finiscono in fretta… Comunque, meglio un premio in denaro che un’orrenda scultura di qualche artista sfigato che in men che non si dica donerete al mercatino delle pulci messo su dai ragazzini del vostro quartiere!
  • Il “menzionismo” è un fenomeno molto in voga nei concorsi letterari a pagamento. Le “menzioni”, le “segnalazioni” e peggio ancora gli “ex aequo” generalmente vengono giustificati dalla giuria con la seguente dicitura: “… vista l’alta qualità degli scritti inviati…” come a voler dire “siete stati tutti troppo bravi e c’avete messo in serio imbarazzo”. In realtà il menzionismo serve ad assicurarsi uno zoccolo duro di partecipanti aficionados anche per l’edizione successiva del concorso, e soprattutto ad assicurarsi le loro indispensabili quote di partecipazione. E sì perché, diciamocelo, è bello sentirsi nominati, menzionati appunto, segnalati dal dito autorevole del membro della giuria (“esponente del panorama letterario nazionale” anche se non l’avete mai sentito o letto in vita vostra!) che come una sorta di “Zio Sam letterato” sembra dire proprio a voi, diluiti nel pubblico, “I want you!” ovvero “Io ti ho letto!”, “Credici, sei uno scrittore!”, “Ti voglio con me sul Monte Parnaso” o altre frasi ad effetto che loro ovviamente non pronunciano ma è come se lo facessero.

Insomma l’ideale sarebbe quello di farsi leggere da chi ha il piacere di leggervi, a casa sul monitor di un computer leggendo un file di testo o un post su un blog come state facendo voi in questo istante, o in un pub sfogliando una bozza piena di correzioni e imbrattata di schiuma di birra, in maniera libera, disinteressata, spontanea, soddisfacendo uno stato di necessità oserei dire spirituale; oppure offrendoci come lettori, senza l’obbligo di recensione, “rischiando” di incontrare rare scritture capaci di farci vibrare intimamente. I concorsi letterari in generale, quelli a pagamento in maniera più grave, non fanno altro che inglobare qualcosa che nasce allo stato brado in ambiente “selvatico” in un meccanismo che snatura l’intenzione iniziale con cui l’autore ha dato vita al testo; un testo che egli stesso svende volontariamente (nessuno ancora ci costringe a partecipare a questi concorsi!) offrendolo in pasto alla “società dello spettacolo”, perché in fin dei conti cos’è la cerimonia di premiazione di un concorso letterario se non uno spettacolo in cui tutti recitano, autori, organizzatori, pubblico, “vallette”, autorità, giurati, tranne il testo stesso presentato in una gara a cui, se avesse avuto una coscienza, non avrebbe voluto partecipare, e che pur essendo il frutto di un’invenzione resta vero e genuino nonostante il prostituirsi del suo creatore? Forse Guy Debord avrebbe parlato di “spettacolarizzazione della scrittura” e infatti scrisse qualcosa di equivalente: <<Lo spettacolo, come inversione concreta della vita, è il movimento autonomo del non-vivente>>[1]. Quando si sceglie la via del consenso a buon mercato, del piacere immediato, si dimentica il lento corpo vivente della scrittura che abita affianco a noi e respira avvolto dal silenzio, ma prima di tutto è in noi ed è palpitante e reale, per dare spazio alla sua effimera rappresentazione nel mondo. Momento da non confondere con quello della pubblicazione ufficiale: anche in quel caso affidiamo al mondo un figlio non più nostro (sapendo che a circolare sarà solo una sua rappresentazione e non la verità che l’ha generato), ma si tratta di un figlio che abbiamo cresciuto e a cui abbiamo voluto bene e che non abbiamo abbandonato prematuramente sul portone di un orfanotrofio degli inediti.

Il sistema diffusissimo dei concorsi letterari (a pagamento e non) è alimentato da un bisogno viscerale di consenso pubblico, non dico di notorietà perché si scadrebbe nel psicopatologico ma certamente di visibilità amplificata che ha altre origini non analizzabili in questa sede a causa della complessità delle motivazioni interiori che spingono molti autori a partecipare in maniera spasmodica a TUTTI i concorsi letterari banditi sul territorio nazionale. Un bisogno che tradisce la vera ricerca scritturale sacrificandola sull’altare di un breve orgasmo collettivo con cena finale e saluti delle autorità. La morbida “fabbrica del consenso” che sforna targhe e coppe si nutre proprio della vanità degli autori e raramente entra in contrasto con chi paga per poter ricevere una pacca sulla spalla e sentirsi dire “bravo!”. La scrittura, come ho già affermato in precedenza, è un esercizio solitario, che non esclude, sia chiaro, il confronto ma che deve preferire la qualità di un commento da parte di un lettore casuale alla quantità degli applausi di un pubblico durante una manifestazione definita letteraria solo perché si maneggiano poesie e racconti.

[1] “La società dello spettacolo” Guy Debord – Baldini&Castoldi

versione pdf: Perché non bisognerebbe partecipare a concorsi letterari a pagamento, o a nessuno di essi

michele drogato

6 Risposte to “Perché non bisognerebbe partecipare a concorsi letterari a pagamento, o a nessuno di essi.”

  1. L’articolo azzecca appieno di come funzionano non solo i concorsi letterari, ma anche la stessa idea di letteratura oggi, una questione di business economica e sociale (dalla serie “io ti leggo se…”). Però c’è da dire che chi è dentro certi ingranaggi, e conosci amichevolmente, te lo descrive con risvolti purtroppo ambigui.
    L’editore prima di tutto deve vendere, come qualsiasi commerciante. Se deve vendere deve venire incontro al consumatore, ovvero al pubblico. Il pubblico è generalmente omogeneo, e segue un gusto generico il più dei casi; raramente l’apparizione inedita di uno stile originale e realmente anticonformista fa breccia nella moda del momento.
    L’editoria oggi più che mai è marketing, e il libro non è altro che un prodotto da massa. Simenon modestamente si considerava non uno scrittore ma un artigiano, e le sue opere delle produzioni artigianali; la sua visione romantica è però oggi totalmente estranea, molto idealizzata. Il libro deve essere un prodotto facile, non troppo elaborato: non deve essere troppo ardito, troppo sperimentale, troppo originale a momenti. Il pubblico deve rivedersi, vuole qualcosa di cui già sa qualcosa, così da non dover brancolare nel buio. E se poi uno, da pedagogo, pensa di utilizzare un lessico ricco, nella vana speranza di arricchire culturalmente a sua volta il pubblico, fallisce miseramente.
    C’è chi lo cerca in altri libri letti, chi, poco avvezzo alla letteratura, in altri testi letti (rotocalchi, giornali, post di social), e chi, disinteressato a leggere, in altri prodotti mediatici (serie tv, film, programma televisivo). E chi che lo compra solo per il personaggio-autore, famoso, ben presente in tv o alla radio, ben inquadrato nella moda e nella personalità. Quest ultimo caso è il fondo del barile del marketing, a cui molti autori (anche celebri) si rivolgono quando sono consci di non aver più altro da dire.
    Gli esordienti vengono accettati se possono garantire un profitto, grazie ad un libro valido per il pubblico ricercato. Se il libro segue il gusto del momento si hanno dei lettori, e di conseguenza un margine di profitto sicuro. Descritto così la colpa allora sarebbe dell’editoria e della mercificazione del libro. Sembrerebbe di sì, ma in realtà non è così.
    È assodato che in passato ci fossero più opere originali, più colte e più in linea col senso vero della letteratura (anche se con risalti avanguardisti e sperimentali). Non poche avevano avuto anche grande riscontro per il pubblico, e anche in periodi in cui economicamente non c’era una grande sicurezza nell’editoria. Alla fine, bene o male, si parla di opere che ancora oggi si studiano a scuola e all’università (salvo rari casi). Ma i gusti sono cambiati e la gente si è andata a dirigere verso la letteratura di genere, ottima se fatta con originalità e con grande creatività, indecente se priva di contenuti e pateticamente tradizionale. Il pubblico di oggi non ne vuole sapere dei classici: richiedono riflessione, pensiero, giudizio e critica. “Ma dopo una giornata di lavoro e stress l’è meglio se mi soffoco il capo con libri pesanti, da sapientoni” (è un discorso che sento spesso in giro). Non è sbagliato sfogarsi, ma alla lunga l’ozio diventa pigrizia, e quindi la lettura a sé diventa un’attività stressante, anche per opere leggere.
    Come detto l’editoria in passato aveva subito dei problemi economici, forse più gravi di quelli attuali (analfabetismo, costi di vendita per un pubblico ridotto…); eppure vendeva non solo libri da massa, ma anche libri ottimi, sempre con successo. Oggi il pubblico è molto esteso, educato alla lettura almeno elementare, abbastanza disponibile a comprare qualche libro. Perché è meglio scegliere il libro che piace sicuramente piuttosto che uno sconosciuto. Così facendo non si può sperare in un altro pubblico.
    Se si seguono delle regole di vendita è perché si è sicuri di vendere, e di non ritrovarsi col fatturato in rosso. Se si seguono delle regole è per non rischiare di sbagliare, perché nell’editoria indebitarsi è facilissimo, ma risanarsi è quasi impossibile. Negli ultimi tempi ha preoccupato la storia della Mondadori, quasi prossima al fallimento: non fa altro che joint venture per salvarsi dal fallimento, vendendo inoltre ad obbligo contrattuale libri destinati al macero pur di non andare in perdita. E quella è la casa editrice principale del paese, che nei decenni ha accorpato tante altre importanti case editrici. Se crolla va in malora quasi tutta l’editoria professionale del paese (la Feltrinelli è oramai un Autogrill che vive per promozioni, gastronomia e qualche sostegno da parte dei partiti).
    È ovvio che senza un’editoria non ci sono più librerie, e libri da vendere, e scrittori da pubblicare. Le case editrici piccole non avrebbero appoggi esterni da parte delle distribuzioni nazionali, una volta fallita l’editoria di tal gettito, e durerebbero meno del previsto, limitandosi al massimo alla stampa da tipografia, come già in diverse fanno.
    Alla fine, nel lungo andare, ognuno avrebbe il proprio testo, o più testi, e se li terrebbe per sé, per suo gradimento, e qualche volta potrebbe deliziare amici, parenti, qualche conoscente, e farsi pubblicità con qualche reading in giro, davanti ad un piccolo pubblico. I famosi bestseller si ridurrebbero a pochissimi casi negli anni, e il resto dei libri arriverebbe al massimo a qualche migliaio complessivo di copie. Lo scrittore tornerebbe ad essere un vero hobby, senza ambizioni, senza futuro, senza protagonismo e senza egoismo. I milioni di scrittori estemporanei scomparirebbero all’istante, data la mancanza di alcun guadagno a breve/lungo termine, e sopravviverebbero i credenti della scrittura, qualche centinaio forse. Per quanto apocalittico come scenario non sarebbe così malvagio alla fine. Quando si deve togliere il marcio bisogna fare piazza pulita, e ricominciare con poco. Se gli si toglie il sostegno economico e mediatico chi non ha niente a che fare con la scrittura se ne scappa, e lascia il lavoro a chi di dovere. Ovviamente, come nell’articolo è stato già affrontato, tra concorsi, promozioni e compagnia bella non si fa altro che far confusione e rendere sempre più scrittori chi dovrebbe rimanere lettore. Perché chi mancano sono i lettori, non gli scrittori. Ma non ovviamente i lettori in sé, da supermercato o da libricino all’anno. Mancano quelli seri. Ma dato che ci sono pochi scrittori seri, è troppo pretendere anche dei lettori altrettanto seri.

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    • Grazie innanzitutto per aver letto e per aver lasciato questo tuo commento interessante e articolato, che propone nuovi spunti di discussione. Hai giustamente (farlo nello stesso post avrebbe causato un’inutile lungaggine da parte mia) “traslato” la questione dai concorsi al mondo complesso dell’editoria. Le tue conclusioni sono ineccepibili. Credo, però, che nel mezzo si possa individuare una soluzione “ibrida” al problema: se è vero, come è vero, che tutti scrivono e pochi leggono seriamente; se è vero, come è vero, che l’editoria deve battere cassa e quindi non segue i bisogni scritturali del non professionista seppur originale, sarei tentato di dare una possibilità agli autori cosiddetti “indie” che si affidano al fenomeno (da non sottovalutare e da maneggiare con cura e rispetto perché potrebbe offrire delle sorprese interessanti) del “self publishing” ovvero dell’autoeditoria. Quando parlo di autoeditoria non mi riferisco a quegli autori che stampano alcune decine di copie da regalare a parenti e amici in ufficio, ma a scrittori, poeti, che (“prelevati” dal marasma dell’autopubblicazione) non avendo superato il filtro del marketing o – attenzione! – avendo scelto a priori di non battere la strada dell’editoria ufficiale che ha problemi economici a cui dare risposte e non può concentrarsi sull’originalità dell’esordiente, credono di avere qualcosa di valido da proporre ad alcuni, rari, lettori curiosi e che cercano nuove voci non contemplate dall’andamento generale a cui tu stesso accennavi nel tuo commento. Premesso che ho trovato refusi e libri pessimi anche negli scaffali di famosi e attentissimi bookstore, pubblicati da rinomate case editrici “classiche”, mi chiedo se non sarebbe il caso di compiere una ricerca qualitativa nell’ambiente dei self publishers per dare loro una possibilità… Dico questo perché la storia dell’editoria c’insegna che molte delle opere che noi oggi troviamo comodamente in libreria già belle e stampate da tizio e da caio editore, originariamente erano opere di autopubblicazione (poche copie) o addirittura opere pubblicate a “puntate” (vedi l’avventura del romanzo d’appendice o “feuilleton”) che solo in seguito hanno raggiunto la dignità di opere complete, intere, che abbiamo addirittura studiato a scuola o all’università. Perché dico questo: perché come facevi giustamente notare tu, il lettore si è completamente affidato alle direttive delle grandi case editrici che per paura sfornano opere facili, vendibili. Non si cerca più la qualità nei posti meno probabili, non si rischia, anzi non si riconosce più la qualità (o la potenziale qualità) perché non si hanno più gli strumenti per farlo e ci si affida all’andazzo proposto dai ragionieri/editori. Chi dovrebbe compiere quest’opera di recupero? Il lettore? Niente affatto: dovrebbero essere quelle stesse case editrici classiche che con un po’ di coraggio in più (e alcune lo stanno facendo perché hanno finalmente compreso che quello del self publishing può essere un mare interessante da cui poter prendere qualcosa di buono) dovrebbero andare a “pescare” non dico l’autore di libri di ricette che si autopubblica (per quello c’è il “print on demand” con cui soddisfare il proprio ego e rendere orgogliose mamme e zie), ma l’autore che non ha superato il filtro della convenienza o che non ha mai voluto bussare alle numerose porte dell’editoria ufficiale. Quindi in sintesi: meno concorsi, meno vanità, più editing (e autoediting, ma per questa ci vuole una forte disciplina), più silenzio (cioè pubblicare di meno e leggere, studiare di più)… Solo nel silenzio e abbandonando il “capitalismo editoriale” torneremo a sentire le voci valide che oggi non possiamo o non vogliamo sentire. È un discorso utopistico lo so, ma è l’unico che oggi ha una certa validità, per me. Ma sono aperto a nuove strade, l’importante è ricercare la qualità, in noi stessi e negli altri. Ciao!

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  2. […] pure Giallo Carta o Liberi di scrivere), perché sborsare allora? (Vi consiglio di leggere questo pezzo di un partecipante […]

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  3. quanto hai ragione…pensa, io ci ho scritto un libro! https://www.bookrepublic.it/book/9786050347388-rifiuti-dautore/

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  4. “Quando si sceglie la via del consenso a buon mercato, del piacere immediato, si dimentica il lento corpo vivente della scrittura che abita affianco a noi e respira avvolto dal silenzio, ma prima di tutto è in noi ed è palpitante e reale, per dare spazio alla sua effimera rappresentazione nel mondo. Momento da non confondere con quello della pubblicazione ufficiale: anche in quel caso affidiamo al mondo un figlio non più nostro (sapendo che a circolare sarà solo una sua rappresentazione e non la verità che l’ha generato), ma si tratta di un figlio che abbiamo cresciuto e a cui abbiamo voluto bene e che non abbiamo abbandonato prematuramente sul portone di un orfanotrofio degli inediti.”

    Proprio un bell’articolo, complimenti!

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