Archivio per romanzo

Storia naturale del nerd

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 30 agosto 2016 by Michele Nigro

omaggio indiretto a Gene Wilder

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Colgo la triste occasione della dipartita del mitico Gene Wilder (“Frankenstein Junior”) per parlarvi di un libro letto non molto tempo fa – “Storia naturale del nerd” di Benjamin Nugent (Isbn Edizioni) – e in particolare per soffermarmi sul capitolo intitolato Contro gli scienziati nelle torri, che a mio avviso rappresenta il punto nevralgico (o uno dei punti) della tesi di Nugent sull’eziologia del nerdismo. E per farlo l’autore attinge a piene mani dalla letteratura gotico-fantascientifica e precisamente scomoda il noto “romanzo nero” Frankenstein, o il moderno Prometeo della scrittrice britannica Mary Shelley.

frankensteinSecondo Nugent, Victor Frankenstein è un proto-nerd; e infatti scrive: “… l’antieroe è uno scienziato genialoide che finisce per sottrarsi completamente all’affetto dei suoi cari… […] rappresentando così la sua sete di conoscenza come un surrogato di un più urgente bisogno virile (‘penetrare’ i segreti della natura, n.d.b.). […] Ma al contrario del desiderio amoroso, il desiderio di progresso scientifico finisce per corrompere lentamente il corpo. […] La bellezza e la salute, qualità importanti per un giovane uomo che vuol essere marito e padre, vengono sacrificate alle esigenze della scienza.”

È più comodo, e per certi versi più facile, generare (e quindi vivere) una vita fatta con i pezzi di altre vite, che responsabilmente generarne una originale e personale partendo dal nulla, ovvero dal materiale genetico messo a nostra disposizione da Madre Natura. Ma l'”immaturo” Victor Frankenstein della Shelley, troppo concentrato sul “si può fare!” gridato in seguito dal discendente inventato da Mel Brooks, non riesce a sostenere lo sguardo mostruoso della sua creatura e scappa via. E a questo punto potrebbe starci bene anche un applauso bioetico, perché come dice un altro scienziato, il Dr. Ian Malcolm, il matematico del film Jurassic Park, criticando le strabilianti conquiste paleogenetiche del miliardario Hammond: “… erano così preoccupati di poterlo fare che non hanno pensato se lo dovevano fare…”.unk45_zps4cde2625[1]

Incalza Nugent: “Il fallimento di Victor consiste nel non riuscire a rapportarsi con l’altro a un livello emotivo, un fallimento sul piano dell’empatia. […] La radice del male in Frankenstein è il genio scientifico unito all’incapacità di entrare emotivamente in contatto con gli altri.” Lo scienziato della Shelley non riesce a immedesimarsi in tempo, prima del disastro, nelle probabili sofferenze del mostro, non pone a se stesso le giuste domande ovvero non chiede alla propria coscienza come potrebbe sentirsi un essere ri-creato per capriccio e che si ritrova in un corpo inguardabile, rifiutato dalla società, e senza una famiglia che lo ami. Un mostro che, a differenza del suo creatore, istintivamente vorrebbe vivere, amare, provare passioni, entrare in contatto con gli altri, con un corpo da toccare, lasciarsi trasportare dalle forti emozioni, dall’ira (e lo farà in maniera orrenda), essere libero e non prigioniero della torre. Il moderno nerd descritto da Nugent possiede di default la medesima struttura psicologica del dottor Frankenstein: genialità ed (auto-) emarginazione, creatività e disempatia mista ad anaffettività, intelligenza ossessiva (quasi autistica) e asensualità che con il tempo può diventare un’aperta anti-sensualità, rigore scientifico che sconfina in una “dimensione accademica della realtà”…

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The Words: le parole e il dolore

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 agosto 2016 by Michele Nigro

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Cosa c’insegna questo film?

a) non copiate! Tutt’al più citate, ma con moderazione: anche l’eccessivo citazionismo denuncia una mancanza di originalità. Insomma, se dite di essere dei creativi… create, diamine! O se siete abbastanza vanitosi autocitatevi ma stando attenti a non incappare in un abusato “Citarsi addosso” (cit. … ops!) di woody-alleniana memoria. Copiare non rappresenta solo una mancanza di rispetto nei confronti dell’autore da cui si “prelevano” idee e parole senza chiedere il permesso, ma è soprattutto una dichiarazione di disistima nei propri confronti. Se non sapete volare o volate a bassa quota, non staccate le penne a un’aquila per trapiantarle nella vostra pelle: precipiterete comunque. L’eventuale effimera gratificazione che si riceve dallo “scopiazzamento” (oggi si usa il termine meno invasivo e imbarazzante di “contaminazione”) non potrà mai controbilanciare il senso di meschinità che, immarcescibile, resterà lì per sempre a farvi compagnia; sempre ammesso che si abbia una coscienza che ci ricordi il misfatto con una certa puntualità. Sul plagio è già stato scritto abbastanza in passato, quindi mi fermo qui… Anche perché “The Words” non è un film sul plagio nell’arte, bensì è l’ennesimo esperimento cinematografico sugli “intrecci esistenziali” e sul concetto di destino, anche se strutturato in maniera meno cerebrale se confrontato con altre pellicole, comprese quelle fantascientifiche (vedi “Tredici variazioni sul tema”, “Cloud Atlas”, “Predestination” ecc.).

b) ci sono scrittori che cercano la scrittura, la “progettano”, vivono vite comode e vuote, inseguono il successo, partecipano a reading seguiti da buffet e a corsi di scrittura creativa tenuti da affermati scrittori da emulare (e non da copiare!), hanno un covo arredato di tutto punto in cui meditare, creare e imbrattare fogli, una bella poltrona, un computer e manuali che insegnano come azzeccare l’incipit vincente…; questi scrittori – e non perché il comfort escluda a priori il talento, ma perché l’agio (quello materiale e in primis quello psichico) non è garanzia di successo, anzi – scrivono anche cose gradevoli che, però, non “bucano” lo schermo editoriale, “non fanno giurisprudenza” e soprattutto, cosa più importante di tutte, non conquistano i lettori.

E poi ci sono scrittori che non sanno di esserlo, o forse lo sanno ma non vivono questa passione con spirito arrivista, e, al contrario degli altri, vengono inseguiti dalla scrittura fino a quando la vita e i suoi inevitabili dolori non aprono le paratoie di quelle dighe neuronali che trattengono LE PAROLE a monte del foglio bianco. Perché, rassegniamoci su questo punto, la scrittura è magia e non c’è scuola di Hogwarts che t’insegni come intercettare quell’incantesimo o, peggio ancora, come innescarlo a comando. Non c’è professore di stregoneria o di pozioni che ti dica come riprodurre e pilotare quell’alchimia unica e irripetibile fatta di immagini mentali, significati, ritmo verbale, e che vediamo materializzarsi sotto forma di parole, frasi, capitoli. Fino a un end che solo l’autore conosce. Nel film di Klugman e Sternthal viene dato risalto a un’impronta digitale che il vero autore, con le dita sporche d’inchiostro, lascia su uno dei fogli del prezioso dattiloscritto: come a voler dire che nella scelta delle parole, nella struttura che quasi istintivamente diamo a una storia, nell’effetto che quella scrittura ha sui lettori, ci siamo noi. E solo noi.

c) dunque la scrittura è solo emozione, attimo e non è anche tecnica? Assolutamente no! Ma spetta a noi scegliere se vogliamo vivere un’esistenza tecnicamente perfetta ma piatta, scrivendo tante cose e riempiendo fogli interessanti e insignificanti oppure rispettare noi stessi e assecondare quel caos che ci indica nella tempesta quand’è il momento di fissare su carta quello che veramente conta e in che modo. Siamo disposti a vivere il DOLORE, la sua rivoluzione e rivelazione, per raggiungere quell’attimo di perfezione e di verità nelle parole che scriviamo? Dice “il vecchio” (Jeremy Irons) nel film, come pronunciando una maledizione: <<… pensi che non ci sia un prezzo da pagare? Sono parole nate dalla gioia e dal dolore: se rubi quelle parole, prendi anche il dolore!>>. Confermando l’idea di incantesimo che orbita intorno al processo scritturale e alla creazione in senso lato: progettazione e creazione non sono la stessa cosa e in mezzo vi è la vita, con i suoi misteri, gli attimi irripetibili, i destini, le evoluzioni casuali, il talento non premeditato ma “animalesco”… La scrittura quanto più è vera, nascendo da un’interiorità che ha vissuto intensamente certe esperienze, tanto più ha un’impronta forte che il tempo non intacca; a prova di plagio. Le parole che concepiamo sono uniche e fanno parte di noi, non possono essere prestate. Come disse Nanni Moretti in “Palombella rossa”: <<le parole sono importanti!>>.

versione pdf: The Words: le parole e il dolore

Borges e “L’invenzione della poesia”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 luglio 2016 by Michele Nigro

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L’enigma della poesia

Nell’apprestarmi a scrivere questa breve, istintiva e poco curata recensione all’e-book delle lezioni americane di Borges, per nostra fortuna pubblicato dopo un meticoloso lavoro di recupero di un’esperienza pubblica registrata e poi dimenticata per anni nell’angolo polveroso di una biblioteca, prendo in prestito il titolo di uno dei “capitoli” che lo compongono. La poesia, nonostante le innumerevoli definizioni fornite nel corso della storia letteraria e umana, è e resta un fenomeno prevalentemente e meravigliosamente enigmatico. L’umiltà con cui Borges affronta in queste sue lezioni il “problema” dell’origine della poesia, è sintomatico dell’impossibilità di definire un processo tutto sommato “magico”. Poesia è passione e gioia, prima di tutto, prima di ogni definizione accademica; la poesia è un mistero che accade e non accade mai nello stesso modo perché cambiamo noi, il nostro linguaggio nel corso della nostra esistenza e il linguaggio da individuo a individuo, da nazione a nazione, e aggiungo io da evoluzione neurologica a evoluzione neurologica… Ma la bellezza è in agguato intorno a noi e quindi la poesia non finirà mai; ci saranno sempre uomini e donne capaci di condensarla in versi seguendo i suggerimenti della propria sensibilità. Dove per sensibilità non s’intende una certa “delicatezza d’animo” (che può sconfinare nella banalità retorica, come nel caso della famigerata rima “cuore / amore”) ma la capacità di analizzare la realtà esterna e soprattutto quella propria interiore seguendo un canone individuale unico e irripetibile. La chiave di questo mistero alchemico possiamo trovarla nella metafora: vero comune denominatore dell’invenzione poetica.

Borges, inoltre, auspica un ritorno alla poesia epica, grande assente nella letteratura contemporanea: c’è bisogno di raccontare non più attraverso il romanzo, strumento ormai decadente e spuntato nonostante le combinazioni e le contaminazioni esistenti sul mercato, ma riscoprendo l’epica come forma letteraria diversa ovviamente dalla prosa e soprattutto come occasione per riavvicinarsi alla figura dell’eroe e ai valori che egli porta in sé. Oggi l’eroe non è nient’altro che il narratore-romanziere che si presenta al lettore sotto mentite spoglie! Un tempo la narrazione di un racconto e la declamazione poetica non erano cose separate ma “alleate” nel raccontare storie; storie che sarebbero diventate eterne e non d’evasione. Borges dichiara in queste lezioni di credere in un ritorno dell’epica: e sarà il poeta il vero artefice di questo ritorno nel momento in cui si riscoprirà narratore e cantore al contempo, come accadeva in passato.

La magia della parola si manifesta attraverso il suono e il ritmo: la musica della poesia apre canali inconsci nel lettore e il “tradimento” di questa musicalità riaccende l’annoso problema della traduzione letterale e dell’autonomia del traduttore.

La poesia non è solo “parole” ma è melodia: un intreccio di suoni e di pause che si dipana nel tempo: le stesse parole che usiamo nella quotidianità possono diventare, nella poesia e grazie al poeta, elementi magici. La poesia riporta il linguaggio alla sua fonte originaria: in questo ritorno alle origini non c’è spazio per il significato, che diventa così fattore secondario rispetto alla bellezza avvertita istintivamente. Sentire e poi, forse, pensare e cercare un significato; il perché delle intenzioni del poeta. Borges non istiga all’inutile nonsense di certi sperimentalismi esasperanti ed esasperati, ma c’invita a ricercare quel senso proveniente dalla bellezza percepita a un livello intimo e primordiale, a seguire il ritmo delle parole, la loro musica; a lasciarci influenzare dalla capacità di persuasione del poeta e non dalla sua puntualità nello spiegarsi. La poesia non spiega e le metafore non hanno bisogno di essere credute.

Altro mito da sfatare – avverte Borges – è quello riguardante la presunta facilità del verso libero: la libertà non deve mai essere confusa con una sorta di “libertinismo” poetico, e la disciplina richiesta dal verso libero non riguarda noiose questioni metriche bensì la fedeltà alla propria immaginazione che non deve mai essere offesa da inutili fioriture. Non smettere mai di credere nell’idea profonda che c’è dietro al racconto poetico e restare fedeli a questo concetto è più arduo che cercare rime. Ignorare con coraggio la storia della letteratura, che a volte può essere dannosa, e puntare tutto sull’eternità della bellezza che non può essere storicizzata. Non credere nell’espressione bensì nell’allusione delle parole; “sentire” e non “capire” mentre si scrive.

Dimenticare se stessi e seguire la musica che alberga nelle parole.

E se lui tornasse?

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 aprile 2016 by Michele Nigro

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Niente spoiler, tranquilli! Solo alcune considerazioni a caldo su un film a mio avviso intelligentissimo e necessario. D’altronde la “trama” è intuibile fin dal trailer e c’è ben poco da spoilerare. Se riuscirete a superare la trappola ipocrita e perbenista del “non sta bene fare un film comico su quel fetentone di Hitler!”, allora avrete l’opportunità di collezionare, grazie a “Lui è tornato” del regista David Wnendt, tratto dall’omonimo e fortunato romanzo dello scrittore tedesco Timur Vermes, una serie quasi ingestibile di tragicomiche riflessioni storiche, sociali e culturali sul nostro tempo.

Un po’ Borat per l’impatto irriverente del personaggio nel presente quotidiano, un po’ Michael Moore in chiave comica per il piglio documentaristico, “da strada”, e critico nei confronti dell’attuale situazione socio-politica, il redivivo Führer di Vermes adattato al cinema riesce a strappare più di un sorriso amaro: l’impossibile interazione tra Hitler e il mondo in cui viviamo, dopo aver suscitato una comprensibile ilarità nello spettatore, induce a una catartica sospensione dell’incredulità (è ovvio che il cancelliere Adolf Hitler non potrebbe mai ripiombare nel 2014!) che spinge a sua volta, come avviene grazie alle opere di fantasia intelligenti, a una riflessione profonda e a tratti drammatica. Su di noi, sul nostro animo, sulla nostra società.

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Vinicio Capossela nel paese dei coppoloni

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 gennaio 2016 by Michele Nigro

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Lo so, ora siete tutti presi dal successo ai botteghini del film di Checco Zalone e vi starete ancora piegando dalle risate per le sarcastiche sferzate che il geniale comico barese ha inflitto alle italiche debolezze, ma desidero tentare ugualmente di buttare giù alcune considerazioni riguardanti una pellicola che certamente non avrà le fortune economiche di Zalone (e come potrebbe in soli due giorni di programmazione nelle sale?) e che merita un altro tipo di analisi e di apprezzamento. E nel farlo contrapporrò alla domanda “Quo vado?” formulata da Checco Zalone, scimmiottando il titolo di un famosissimo kolossal del ’51, un’altra ben più consistente e profonda che Vinicio Capossela porge insistentemente a se stesso e agli spettatori nel corso del suo film intitolato “Vinicio Capossela – Nel paese dei coppoloni” (e ispirato al romanzo – “Il paese dei coppoloni” – scritto dall’artista di origine irpina): <<Chi siete? A chi appartenete? Cosa andate cercando?>>. Una serie di domande che non hanno un tono severo come quelle rivolte dal doganiere ai poveri Benigni e Troisi nel film “Non ci resta che piangere”, ma posseggono la delicatezza di chi semplicemente desidera riscoprire le proprie radici, e l’urgenza “filosofica” di chi vuole dare un senso meno superficiale al proprio esistere. Le risposte a questo trittico di domande saranno di volta in volta diverse per ognuno di noi: per Capossela, cantautore e musicista polistrumentista, una sarà <<vado cercando musiche e musicanti per le terre dei padri…>>, anche se indipendentemente dal tipo di risposta (e di interessi culturali ed esistenziali), si scorgerà una radice comune a motivare la ricerca: il bisogno di raggiungere gli archetipi del nostro esistere. E per farlo occorre ritornare alle origini, incontrare personaggi e visitare luoghi, ascoltare racconti, confrontarsi con simboli primordiali, riscoprire oggetti arcaici dimenticati e seppelliti dalla grande storia; riappropriarsi della tradizione non per rimanerne prigionieri ma per comprendere meglio il proprio cammino, giustificarlo nel tempo presente.

Vinicio Capossela compie questa operazione con stupore fanciullesco, assecondando una certa predisposizione al meraviglioso, immerso in quell’atmosfera onirica appartenente da sempre al “personaggio Capossela” e che già caratterizza le sue opere musicali, ma anche con la consapevolezza di chi sa perfettamente cosa cercare e dove: di tanto in tanto, tra un capitolo e l’altro del film, immerge fogli scritti nell’acqua o li getta nel fuoco, come a voler riconsegnare un significato al significante, come a voler dire che le storie raccolte e raccontate appartengono prima di tutto agli elementi, alla natura, e in secondo luogo alla parola e all’uomo che è di passaggio. Gli archetipi sono eterni: l’uomo li fa propri per il tempo che gli è concesso vivere, per poi restituirli al legittimo proprietario, a madre natura che li conserva ed elargisce a chi sa leggerli.

<<A chi appartenete?>>, perché noi non siamo liberi ma siamo legati – apparteniamo, appunto – a una storia, un territorio, un popolo, una famiglia, una tradizione. Possiamo nascere in Germania, come è capitato a Vinicio Capossela; possiamo allontanarci dall’appartenenza assecondando percorsi controculturali o per altre esigenze pratiche, ma alla fine dobbiamo dare ascolto a quei richiami ancestrali che fanno vibrare la nostra intimità genealogica. La mitologia paesana, tra un aneddoto e un canto antico, è il patrimonio ereditato da chi comincia questo viaggio: un viaggio a ritroso nel tempo “non tanto per conoscere, quanto per ri-conoscere e quindi riconoscersi”; lo stesso Capossela definisce il romanzo da cui è tratto il film come un romanzo picaresco, “un libro di cammino”: lungo la strada il viandante legge i segni abbandonati, arrugginiti, appartenenti a un insegnamento non scritto ma tramandato per altre vie, ausculta gli oggetti che hanno ancora tante storie da raccontare. Anche la descrizione di un matrimonio d’altri tempi o di un piatto da cucinare contiene istruzioni provenienti da epoche lontanissime e sagge. Il messaggio è nelle cose, nelle forme che la natura offre al viandante, nella musica ottenuta con strumenti arcaici… A confortare questa teoria c’è un punto nel film in cui Capossela afferma che il sacro ha abbandonato i luoghi deputati alla sacralità, ovvero le chiese: da lì se l’è svignata; il sacro si è trasferito in luoghi e oggetti prosaici, perché come dice lo stesso Capossela l’obiettivo (del libro e del film) è quello di far prevalere la verità dell’immaginazione sulla menzogna della realtà. Solo chi usa la propria immaginazione può cogliere la bellezza e il sacro lì dove gli altri non andrebbero mai a cercarli. E infatti grida Capossela in una scena del film, mentre cavalca una trebbiatrice volante: “Al Padreterno le cose inutili gli sono sempre venute bene!”

“Masterpiece”: la scrittura ai tempi del talent show

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 dicembre 2013 by Michele Nigro

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Il connubio tra libri e televisione, tra scrittura e mass media, non è una novità: già altri esperimenti sono stati compiuti in passato con risultati più o meno entusiasmanti. Tradurre la cultura e l’arte in spettacolo non è sempre facile, ma l’aggiornamento apportato dalla trasmissione Rai intitolata “Masterpiece” al mondo dei format consiste nell’aver adattato, comprimendoli, i normali e lenti processi scritturali a quelli televisivi del talent show, decisamente più veloci. In altre epoche l’autore di un libro poteva rimanere anonimo o invisibile alle masse fino alla morte sia per la mancanza di mezzi comunicativi invasivi capaci di “stanare” personaggi e persone, portandoli alla ribalta, sia per rispettare quella “sacralità” un po’ costruita che avvolgeva lo scrittore, il poeta, l’artista. Qualcuno ha resistito al fascino della notorietà immediata, preservando il proprio corpo (l’immagine), e non solo la propria opinione, dalla diluizione mass-mediatica; per gli altri è valsa la regola dei famigerati fifteen minutes of fame pronosticati da Warhol. Oggi è possibile “incontrare” un autore affermato ovunque: in tv, alla radio, sui social network…

L’autore consapevole dei meccanismi comunicativi e commerciali che determinano il successo di un prodotto editoriale sa benissimo che l’isolamento è controproducente e che invece la notorietà riaccende curiosità, rianima flussi di dati stagnanti e stimola la ricerca del testo ignorato. E allora perché non estendere questa spettacolarizzazione inizialmente riservata ai “famosi” (come quelli della famigerata Isola del reality), si sarà chiesto qualche cervellone della televisione, fino a comprendere la fase embrionale del processo scritturale, coinvolgendo chi noto non è, ovvero gli aspiranti scrittori?

Il merito di “Masterpiece” è sicuramente quello di far conoscere anche a un pubblico non interessato alla scrittura, quali sono le tappe fondamentali che dividono il potenziale scrittore dal cosiddetto successo: la scelta del romanzo, il suo “debutto in società” e la selezione davanti alle telecamere, il confronto a volte spietato con gli esperti, la “prova immersiva” nella realtà da cui trarre ispirazione, la dimostrazione pubblica delle proprie capacità scritturali istantanee, e infine l’autopromozione in ascensore (elevator pitch)… Per non parlare dei piccoli ma fondamentali segreti sulla scrittura che il telespettatore interessato può apprendere dai tre giurati del talent e dal “coach” Massimo Coppola. “Masterpiece” può essere considerato, in alcuni passaggi, come una sorta di corso di scrittura creativa in versione televisiva.massimocoppola

Ogni aspirante scrittore che vive con i piedi per terra sa che dopo il momento sacro della creazione ve ne sono molti altri, più prosaici, caratterizzati da praticità, dal “mestiere”, da regole artigianali che hanno l’obiettivo di rendere il prodotto fruibile e quindi competitivo sul mercato editoriale. Durante la trasmissione si parla spesso e a ragione di “musicalità” del testo, una tra le principali caratteristiche di un romanzo, di una poesia… La produzione di un libro, hanno pensato giustamente gli ideatori di “Masterpiece”, non è in fin dei conti tanto differente da quella di una lavatrice! Un prodotto deve superare collaudi e prove estreme. Quindi perché non mostrare le varie fasi produttive e i successivi “test sulla qualità” con la scusa di un talent show?

L’idea è ottima. Eppure c’è qualcosa che non quadra.

Il primo dubbio riguarda paradossalmente l’inevitabile banalizzazione della scrittura che il programma vorrebbe invece valorizzare: a non convincermi è proprio l’utilizzo del mezzo ‘talent show’, per far conoscere da vicino il processo scritturale a un pubblico generalista, nonostante l’orario di nicchia. Se da una parte l’intento originario, decisamente encomiabile, era quello di avvicinare il grande pubblico ai segreti della scrittura, alla nascita di un libro e di conseguenza alla lettura, dall’altra si paga un prezzo squalificando proprio la scrittura che, come chi scrive sa, possiede tempi senza regole e fasi indescrivibili, cammini interiori non quantificabili dal punto di vista temporale, evoluzioni riguardanti la sensibilità di un autore che la televisione non saprà e non potrà mai raccontare o riassumere ad uso e consumo del proprio pubblico. Tempi e processi su cui tanto è stato detto e scritto in altre sedi, e che questo “X Factor” per scrittori vorrebbe sintetizzare in poco più di un’ora e mezza di programma.

La scrittura è un’altra cosa. Altro che la mezz’oretta per fare il “temino in classe”: non credo che un tema scelto da altri, dedicato a una realtà scelta da altri, sia un metodo valido per valutare la scrittura di un autore che fino a prova contraria “sente” da solo il tema a cui ispirarsi; a volte eventi vissuti sulla propria pelle riemergono sotto forma di narrazione dopo anni: in “Masterpiece” si pretende di comprimere questo lavorio impercettibile in pochi minuti televisivi. Quella imposta ai concorrenti di questo “talent letterario” è tutt’al più una prova di sintesi giornalistica scambiata per scrittura creativa durante la quale, per dovere di cronaca e non per ispirazione, l’autore deve creare storie basandosi su una realtà non scelta o comunque non vissuta in maniera naturale.

Altro che il minuto nell’ascensore della Mole Antonelliana (forse è la metafora di un’ipotetica ascesa nel mondo dell’editoria che dovrebbe motivare i concorrenti?) per convincere un perfetto estraneo famoso: come se lo scrittore fosse un rappresentante della Folletto che deve convincere la casalinga mentre gli chiude la porta in faccia, o una comparsa cinematografica determinata a farsi notare dal regista affermato per ottenere una parte importante nel film. Un autore non deve convincere ma essere se stesso: la pressione esercitata sul prossimo al fine di promuovere il proprio manoscritto deve essere naturale, quasi casuale; un lasciarsi scoprire non isterico, senza snaturarsi. Il comportamento richiesto ai concorrenti di “Masterpiece” appartiene, invece, a una moda che vorrebbe collocare l’autore di libri sullo stesso livello del teleimbonitore.

Altro che audizioni come se si trattasse del Festival di Castrocaro per parole scritte e non cantate: scrittori in sala d’attesa come dal dentista e smistati come bestiame da inviare alla catena produttiva di hamburger editoriali.

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Ottocento Fantastico

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 maggio 2013 by Michele Nigro

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E’ in preparazione il n. 13 di IF (Giugno 2013), dedicato all’OTTOCENTO FANTASTICO. 
La rivista ha 128 pagine, costa solo € 8 ed è acquistabile presso l’editore Solfanelli (Chieti) o in abbonamento postale (€ 30 per quattro numeri).

In questo numero un omaggio a E.T.A. Hoffmann e i seguenti interventi:

Maria Teresa ChialantIl ritratto e la cornice
Riccardo VallaIl viaggio spaziale nella prima fantascienza
Marco Lauri“Io avrò fatto l’uomo”: Nievo tra i precursori della SF
Giuseppe PanellaMaupassant. La fascinazione dell’altrove
Romolo RunciniL’irrazionalismo fantastico nel dottor Jekyll di Stevenson
Michele MartinelliFantastico e avventuroso in Emilio Salgari
Gianfranco de TurrisTradizione o tentazione fantastica italiana?
Morena CorradiIl fantastico nelle riviste milanesi dell’Italia post-unitaria
Errico PassaroTre collane storiche specializzate nell’Ottocento fantastico
Walter Catalano“Bitter” Bierce. Da solo in cattiva compagnia
Max MilnerIl vampiro di Nodier dal romazo al melodramma
Carlo MenzingerL’evoluzione del vampiro ottocentesco
Carlo BordoniDonne vampiro. Le sorelline di Carmilla

Le rassegne:   
Claudio AsciutiPikadon. Emergenze nucleari in Giappone
Arielle SaiberI dischi volanti non sbarcano a Lucca. Storia della SF italiana
Valerio EvangelistiSinistre presenze. Nuove mappe dell’orrore
e le consuete recensioni…

IF Rivista dell’Insolito del Fantastico, diretta da Carlo Bordoni:

direzioneif@hotmail.com

Laboratorio Rai “Il libro che non c’è”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 8 maggio 2013 by Michele Nigro

 

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Cineforum “La Macchia 2.0”: fantascienza all’Università di Salerno

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , on 8 aprile 2013 by Michele Nigro

Cineforum “La Macchia 2.0”

Data evento: 9 aprile 2013 – 30 aprile 2013

“Un pensiero è libero finché ha la libertà di movimento, di espansione e di stravolgimento. Un pensiero o un’idea fermi in un solo punto sono già vecchi ed anacronistici. Noi puntiamo al rovesciamento dei pensieri e alla mescolanza di essi su di un grande foglio bianco. Pensieri che a macchia d’olio riempiono un bianco che non sa di nulla.”

L’associazione socio-culturale Asinu è lieta di presentare il Cineforum “La Macchia 2.0”: nato dagli studenti per gli studenti, vuole creare una serie di appuntamenti che mostrino come i temi, dunque i pensieri, nel cinema si siano estesi a macchia d’olio.
Nulla è più reale della fantascienza. Il cineforum quest’anno tratterà ed analizzerà lo stretto contatto fra la società contemporanea e i temi fantascientifici. Lo scopo sarà quello di mettere in evidenza opere che hanno trattato argomenti “proibiti” come l’omologazione, i sistemi di potere, l’inserimento nella società del sistema consumistico ed altri ancora, relazionandoli alla struttura fantascientifica. Come esprimere ciò che potrebbe apparire troppo estremo? Qui entra in gioco il cinema fantascientifico con le sue metafore e i suoi più o meno sottili riferimenti al rapporto fra l’uomo ed il pianeta che vive; un modo di fare cinema che negli anni ha spesso “pronosticato” l’evoluzione del modo di vivere, dei sistemi di controllo, dell’alienazione e dell’omologazione al tessuto sociale. Nothing is real like a Sci-Fi.
Gli appuntamenti avranno luogo nell’Aula del Consiglio di Scienze Politiche e qui di seguito trovate la programmazione completa dei film che verranno proiettati:

– 9 Aprile ore 14.30: Blade runner (1982) di Ridley Scott:
Nella Los Angeles del 2019, 6 androidi fuggono dalla colonia marziana per andare sulla Terra con lo scopo di modificare la loro “data di termine”. Questo atto proibito è punito con il “ritiro” e ad attuare questo sporco compito è Rick Deckard un cacciatore di replicanti ribelli. Durante la caccia Deckard verrà sedotto da Rachel un androide che, attraverso la sua sviluppata sensibilità, renderà sempre più labile il confine tra un essere umano ed una macchina.
Blade Runner è liberamente tratto al famoso romanzo fantascientifico di Philip Dick “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”.

Con la partecipazione di:
Alfonso Amendola: Docente di Sociologia degli Audiovisivi Sperimentali.
Mario Tirino: Dott.re di Ricerca in Scienze della Comunicazione.

– 16 Aprile ore 14.30: A scanner darkly (2006) di Richard Linklater:
In un imprecisato futuro la sostanza M spopola tra la gente e gli agenti della narcotici hanno il compito di debellare questa piaga. Un viaggio allucinante dove Fred/Bob ci presenterà una società piegata dalla dipendenza e, dunque, dal bisogno maniacale di consumare la sostanza M. Infiltrato all’interno di un gruppo di tossici, Fred/Bob subirà disturbi di personalità che lo porteranno a ritrovarsi dinanzi i tasselli ricongiunti di una sistema che “dà piacere e lo tramuta in dipendenza”. Ma forse sarà troppo tardi.

Con la partecipazione del Docente di Sociologia dei Processi Comunicativi Fabrizio Denunzio.

23 Aprile ore 14.30: Gattaca – La porta dell’universo (1997) di Andrew Niccol
In un prossimo futuro si vedono contrapposti individui nati in provetta e geneticamente perfetti ed esseri umani concepiti secondo il caso naturale. Il “non valido” Vincent sfida il nuovo ordine sociale, avendo come scopo quello di realizzare il suo sogno e non rassegnarsi ad una vita da comprimario, predestinata da una scienza padrona.
Con la partecipazione della Dott.ssa di Ricerca in Storia Mariangela Palmieri.

– 30 Aprile ore 14.30: eXistenZ (1999) di David Cronenberg:
Una società informatica riesce a produrre un nuovo prototipo di videogioco che s’innesta direttamente nel cervello umano sfruttandone l’elettricità. Questo gioco riesce a ricreare una perfetta realtà virtuale dove tutti i giocatori possono interagire tra di loro. Alcune persone vengono scelte per provarlo ma altre s’intrometteranno nella partita poiché contrarie a questo tipo di sperimentazione. In un intricato succedersi di atti di spionaggio e vendette, eXistenZ genera un solo dubbio in chi lo guarda (e in chi gioca): quando inizia il gioco e quando finisce la realtà?

Con la partecipazione del Docente di Reti di calcolatori Massimo De Santo.

In contemporanea alla prima e ultima proiezione sarà possibile visitare la mostra dell’Osservatorio Comunicazione Partecipazione Culture Giovanili (OCPG) che patrocinerà l’evento. Ogni opera è prodotta dagli artisti del progetto regionale “Chiamata alle arti” e contribuirà a stimolare la curiosità sul genere fantascientifico:
– 9 Aprile: Maria Saggese e Ivan Resciniti.
– 30 Aprile: Annalisa Benvenuto, Rachele Montoro e Roberto Cavalieri.

Link trailer → http://www.youtube.com/watch?v=HEqUTwn2Bz0
Evento facebook → http://www.facebook.com/events/515036901893665/?ref=ts&fref=ts

lamacchia2

FONTE: http://www.unisa.it/news/index/idStructure/1/id/9409

Harry Potter e il Dono dell’inconsistenza

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 febbraio 2013 by Michele Nigro

Harry-Potter-Star-Wars-

Lo ammetto: non ho letto neanche un libro della Rowling sulla faccenda del maghetto, quindi vi comprenderò se mi etichetterete come “il solito snob”, “quello che giudica senza aver letto” o utilizzerete nei miei confronti insulti simili. Me li meriterò! Ammetto, però, di aver visto in compenso tutti i film tratti dai romanzi fantasy della fortunata scrittrice britannica. Non nascondo, infatti, che possano costituire una valida forma d’intrattenimento serale, quando fuori piove e non hai di meglio da fare o da vedere e il bambino che è in te reclama la sua dose di svago disimpegnato. Ieri sera, dopo aver visto finalmente la seconda parte dell’ultimo capitolo della saga – Harry Potter e i Doni della Morte -, sono stato costretto a confermare la sensazione che mi attanaglia fin da quando ho visto la primissima trasposizione cinematografica della saga: Harry Potter e la pietra filosofale. Una sensazione che potrebbe essere tradotta in una semplice domanda: dov’è la consistenza narrativa della saga di Harry Potter? Direi che non c’è mai stata, e non per una svista della Rowling, bensì per una sua scelta ponderata (quasi scientifica), ripresa in seguito dalla regia delle altrettanto fortunate riduzioni cinematografiche. Qualcuno di voi potrebbe smontare le mie considerazioni dicendo: “Non lo hai letto, quindi stai zitto!” oppure “Mostro che non sei altro, che cosa ti aspettavi da una serie di libri destinati ai ragazzini?” È vero, in più c’è l’aggravante che chi come me ha ricevuto un “imprinting tolkieniano”, difficilmente si adatta a forme più elementari di fantasy. “Elementari” non in senso dispregiativo. La cosmogonia ideata dalla mente e dalla penna del professore di Oxford resta, almeno finora, insuperata e tutte le scritture fantasy venute dopo “Il Signore degli Anelli” sono rami appartenenti, direttamente o indirettamente, in maniera cosciente o inconsapevolmente, al grande e massiccio tronco tolkieniano. E questo la Rowling lo sa! Basti il solo esempio delle analogie riscontrabili tra il personaggio di Albus Silente e quello del mitico Gandalf (i doppiatori italiani non si sono sforzati nemmeno di dare ai due maghi due voci differenti!).

Che sia un’inconsistenza attribuibile ai soli film? Ovvero causata dai tagli nella sceneggiatura ad opera della Warner Bros. e per motivi di lunghezza della pellicola? Non avendo letto i libri (e soprattutto non avendo letto la sceneggiatura originaria) spererei in questa ipotesi, ma una voce dentro di me dice che così non è. Il problema principale della saga di Harry Potter, al di là della responsabilità degli sceneggiatori della casa cinematografica, è che non possiede una trama; o meglio c’è un abbozzo di trama ed è il seguente: “Harry Potter odia Lord Voldemort, e il sentimento è reciproco.” Punto. Tutto il materiale (narrativo e fantastico) che ruota intorno a questa noiosa fissazione è solo abbellimento utile a riempire i sette libri pubblicati nei dieci anni tra il 1997 e il 2007. Non c’è una quest, un viaggio iniziatico; non c’è una fase preliminare che predisponga il lettore-spettatore a una storia importante, non c’è una morale di base necessaria a spingere i personaggi verso scelte difficili da prendere: tutto è abbastanza automatico, meccanico, morbido anche dinanzi a temi come la morte (dovuto al fatto, presumo, che il pubblico da non traumatizzare sia costituito da bambini-ragazzini, gli stessi che navigando in internet conoscono, più di un adulto, i particolari macabri della guerra civile in Siria); tutto è come se fosse predigerito, slegato, già appreso, ripulito, inconsistente come la cultura media delle generazioni a cui il prodotto è rivolto. Le varie scene sembrano avere la stessa tonalità emotiva, lo stesso tipo di tensione, anche quando non succede niente. Gli stessi protagonisti – tanto carini! – sono asettici, quasi freddi, molto Brits, dotati di self control al limite dell’umano, sono in gamba (a volte troppo!) ma al tempo stesso sprovvisti di spessore, e quando nel contesto viene calato dall’alto qualche momento di naturale imbranataggine, sembra fatto apposta per interrompere il piattume perfettino; la loro caratterizzazione, pur essendo spinta dall’autrice e dagli sceneggiatori, rimane sostanzialmente timida e impersonale anche nei momenti clou, e i nostri piccoli eroi si muovono in bolle precostituite che raramente offrono occasioni umanizzanti. I cattivi risultano essere innocui anche quando raggiungono l’acme della loro cattiveria e i buoni non suscitano commozione nemmeno durante quei frangenti in cui l’emotività dovrebbe farla da padrona. Non si percepiscono né rischio, né insicurezza. La morte sembrerebbe essere uguale alla vita.

Solo verso la fine la Rowling – abbandonando finalmente il famigerato motto british “Niente sesso, siamo inglesi!” e accorgendosi che i suoi personaggi, pur essendo inventati, sono in preda a una sacrosanta tempesta ormonale di stampo adolescenziale e reclamano un po’ di vita – introduce timidamente, tenendo sotto controllo con la coda dell’occhio i movimenti di un fantomatico Moige britannico, l’elemento “bacio”. Senza per questo pretendere fin dal primo libro-film la descrizione minuziosa, ad esempio, di scene di sesso sfrenato tra quella serpe di Severus Piton, ovvero la versione stregonesca di Renato Zero, e la gelida vicepreside Minerva McGranitt che sotto le coperte si riscopre donna, prima ancora che maga: si tratta pur sempre di professionisti seri e calati nel loro importante ruolo di integerrimi educatori delle giovani leve di maghetti. Anche se, volendo essere sincero, nell’elemento “bacchetta”, usato per par condicio (o per “invidia penis” direbbero i maliziosi) anche dalle maghette, ho sempre voluto leggere un riferimento subliminale a una sorta di “virile potenzialità” non per forza collegabile, come vi sarà sembrato, a ben precisi “oggetti anatomici” di natura maschile. O forse sì… Già in alcuni cartoni animati della Disney, in passato, vennero introdotti elementi sessuali subliminali in fotogrammi indirizzati a un pubblico infantile. Il binomio genere fantasy-sesso non è una novità per l’ovattato e fatato mondo dell’animazione, non vedo perché non possa riguardare anche i film di Harry Potter. Anche se in questo caso più che di subliminale bisognerebbe parlare di involontarie (?) strizzatine d’occhio.

Scherzi (e goliardiche supposizioni) a parte. La Rowling – questo è ciò che si evince, ripeto, dalla sola visione dei film – è stata brava a far passare come “storia” una serie di elementi collegati tra di loro in maniera schizofrenica, forse per coprire la mancanza di profondità narrativa: il fattore vincente della saga è dato dall’uso di simboli ed elementi non uniti da un collante, ma che risultano intriganti e divertenti agli occhi dei fanciulli e delle fanciulle a cui il prodotto filmico è destinato. È vero che il processo di traduzione-trasposizione-tradimento è quasi sempre di tipo conflittuale, ma a volte, da spettatore rompiscatole della saga filmica di Harry Potter, mi sono chiesto perché un’azione positiva che poteva essere compiuta prima per evitare il peggio, non è stata compiuta: è come se i personaggi vivessero a scatti, senza una logica fluida; è come se le loro decisioni (e le idee della Rowling) fossero rinchiuse in camere a tenuta stagna e solo all’apparenza facenti parte di un tutt’uno omogeneo. Gli innumerevoli “vuoti” narrativi esistenti tra una scena e l’altra, e compensati da simboli stupefacenti calati dal nulla; i “salti” scenici come se i giovani lettori-spettatori sapessero già tutto e dessero per scontate cose che ai miei occhi di “vecchio” tolkieniano ritardato avrebbero dato sostanza all’avventura; gli spostamenti fisici dei personaggi che a volte sembrano collocati nella storia come espedienti per interrompere la noia di una trama apparentemente complessa ma in realtà inesistente; i silenzi e le pause che nella mente del regista dovrebbero donare mistero e magia all’esile trama; tutti questi aspetti confermano invece l’inconsistenza della struttura, rendendo banale e frammentato il messaggio, ammesso che ci sia, contenuto nei libri. È come se la Rowling (o il regista) avesse avuto paura di raccontare veramente, rischiando fino in fondo, e avesse voluto concentrarsi solo sulla voglia di stupire e di aggiungere immagini suggestive ad altre immagini, camuffandole da elementi importanti. Un’inconsistenza che piace, a quanto sembra, e che ha determinato la fortuna economica della Rowling prima e in seguito anche della macchina cinematografica che non poteva lasciarsi sfuggire un’occasione grassa come questa.

I film di Harry Potter sono piacevoli e belli da vedere, gli effetti speciali sorprendenti, i paesaggi mozzafiato, la verosimiglianza degli elementi fantastici è da manuale. Non mancano le occasioni di riflessione su argomenti solidi: l’importanza della famiglia, l’amore, il dolore causato dalla perdita di un proprio caro e la condizione dei bambini adottati, l’amicizia, la solitudine di chi è costretto a ricevere un’eredità scomoda, la fedeltà, il rispetto per gli adulti e per l’istruzione, la responsabilità, il valore degli anziani, la curiosità e l’importanza di saperi antichi e dimenticati (come la criptozoologia e l’alchimia) che la saga ha il merito di riproporre ai giovani lettori, il coraggio nell’affrontare con determinazione chi ci odia…

Ma è il modo in cui questi fattori interagiscono tra di loro che mi ha lasciato perplesso, almeno stando alla visione dei film tratti dai romanzi. È come se, incredibile a dirsi, a questi film mancasse un certo tocco “magico”!

Questo, però, è solo il giudizio di un “vecchio” babbano.

“LA SONNETTE DE LA NUIT” di Carmine Senatore

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , on 8 dicembre 2012 by Michele Nigro

la sonetteUltima interessante fatica narrativa dello scrittore battipagliese Carmine Senatore, “La sonnette de la nuit” (sottotitolo: saga di un sodalizio nato per caso) da romanzo potrebbe essere trasformato in sceneggiatura per una saga televisiva. Le vicende che s’intrecciano nel tempo danno l’impressione di assistere alla trama del film di Marco Tullio Giordana “La meglio gioventù” però con una storia ancora più umanizzata e semplificata in elementi basilari e non ordinari, come invece accade nel film di Giordana: l’amicizia, le esigenze occupazionali, i litigi, le debolezze, i pruriti sessuali, le esperienze, i viaggi, le sorprese della vita, i rapporti umani, i vizi, le passioni ideologiche, le piccole abitudini, le ossessioni, i limiti esistenziali che diventano caratteristiche, le cose indicibili, la morte… Insomma la storia personale di ognuno di noi rivista attraverso le storie separate ma unite dei vari personaggi che l’autore descrive meticolosamente. S’intercettano in questa trama molti ricordi legati all’avventura professionale dell’autore nello studio tecnico situato molti anni fa in via Italia a Battipaglia, studio nel quale (Carmine Senatore prima di essere scrittore e insegnante – e mio maestro alle elementari! – è stato geologo), quand’ero bambino, mi affacciavo per un saluto o per chiedere qualche informazione scolastica. Si tratta di un flusso narrativo formato da più sotto-flussi che s’intrecciano seguendo ognuno il proprio destino ma al tempo stesso incrociandosi e influenzandosi. Un altro aspetto da considerare è senz’altro il legame tra le microstorie personali e la macrostoria nazionale e mondiale: gli elementi che appartengono alle varie epoche s’intercalano nel flusso della storia come se fossero dei “markers” per riconoscere il punto storico in cui il lettore si trova durante la lettura. Sono storie che evolvono nel tempo, diventando sempre più complesse anno dopo anno. Ogni tanto l’autore si concede dei “giri a lungo” in zone descrittive funzionali alla trama e per confortare scientificamente eventi narrativi che hanno bisogno di essere spiegati in maniera approfondita.

“Trans-Human Express”, romanzo di Lukha B. Kremo

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , on 22 ottobre 2012 by Michele Nigro

“Il Presidente degli Stati Uniti d’America perse i sensi una mattina di fine luglio. Quello fu il giorno in cui cominciò la fine.”
Parte sparato Trans-Human Express il nuovo romanzo di Lukha B. Kremo, con una serie di incredibili svarioni dei personaggi più potenti della Terra.
Una strana epidemia si diffonde tra i potenti del mondo: è solo l’inizio di un agghiacciante piano criminale globale.
Luke Pitagora, informatico ed ex detective, viene chiamato a far parte di una commissione per indagare sul fenomeno, ma presto si rende conto che la commissione stessa è sotto controllo. Proseguirà le indagini da solo, con l’aiuto di due fedeli automi.
La chiave è difficile da scovare, perché si trova tra le pieghe della musica…
I tre scopriranno che qualcuno sta comunicando con il passato assicurandosi il “download” delle menti più geniali e decisive della Storia per modificare e sconvolgere la situazione politica attuale.
E ci riuscirà.
Ispirato alla Trilogia degli Illuminati di Robert Anton Wilson, ne risulta un originale thriller internazionale in cui gli elementi di fantascienza tecnologica e cyberpunk s’inseriscono nel filone catastrofista, di cui Sergio Alan D. Altieri rappresenta il maestro in Italia, creando il mosaico di un’Umanità lucidamente folle e in precario equilibrio tra leggi dell’economia e spinta spirituale.

Lukha B. Kremo è autore di romanzi e racconti non solo di fantascienza. Ha diretto la rivista Avatär, vincendo tre Premi Italia Fantascienza. Ha publicato racconti su varie antologie tra le quali Supernova Express (2006, Fantanet), Frammenti di una rosa quantica (Kipple, 2008) e Avanguardie Futuro Oscuro (Kipple, 2009).
Ha pubblicato cd di musica elettronica con lo psudonimo di Krell e organizzato il progetto Sonora Commedia.
Dopo Il Grande Tritacarne (2005) e Gli occhi dell’anti-Dio (2008), con Trans-Human Express Lukha B. Kremo è risultato per la seconda volta finalista al Premio Urania Mondadori e si conferma come voce originale della fantascienza italiana.

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