Archivio per fotografia

“Il sapore della ciliegia” 2017

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 marzo 2017 by Michele Nigro

Come iniziativa culturale per l’anno 2017 Le stanze di carta apre le partecipazioni al concorso letterario-artistico nazionale “Il sapore della ciliegia”.

Tema del concorso
Il sapore della ciliegia prende il nome dal film dell’artista iraniano Abbas Kiarostami e vuole ospitare opere in grado di far emergere quello sguardo di confine tra “SPERANZA E DESOLAZIONE” che attraversa la vita umana.
Per maggiori dettagli sul tema si rimanda alla pagina FB e alla sez. del sito “Lavagna letteraria” di Lestanzedicarta

Continua a leggere

“FUOCOAMMARE”: quando la fiamma del realismo… non scotta.

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 febbraio 2017 by Michele Nigro

cover-fuocoammare

Se avevate considerato “Sacro GRA” come il più noioso documentario della storia del cinema documentaristico italiano, è perché evidentemente non avevate ancora visto “Fuocoammare”. Se questo è il neo-neorealismo scialbo dell’era renziana, allora ridatemi i miei vecchi vhs seppelliti in garage!

Forse l’intento di Rosi era quello di girare un “L’isola di Arturo ai tempi dei barconi”, ma gli è andata male: si è voluto giocare sull’accostamento parallelo, quasi casuale, tra le esistenze degli isolani e la tragedia dei migranti, ma il risultato è deprimente, direi privo di effetto, anche quando si tenta la carta delle analogie tra il duro passato degli abitanti di Lampedusa e il drammatico presente di chi soffre per altri motivi. Anche il tentativo di dare fascino alla pellicola sottolineando il “colorito locale” con tanto di sottotitoli (necessari perché un documentario doppiato smette di essere documentario), appare forzato perché si vuole a tutti i costi cercare una vicinanza con il bagaglio linguistico dei migranti che la sera cantano tutti insieme un canto che racconta le loro disavventure (come il racconto degli schiavi della “Amistad”?). Della serie: “siriani, africani, lampedusani, una razza una faccia!” di mediterranea memoria (Salvatores docet!). Peccato che a Bruxelles se ne strafottano ampiamente di questa visione romantica del Mediterraneo!

Continua a leggere

Premio nazionale “Massimo Troisi Città di Taranto”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 22 ottobre 2016 by Michele Nigro

Ricevo dall’amica Maria Teresa Liuzzi il bando del Premio Massimo Troisi e nel ripubblicarlo in questo blog sottolineerei una particolarità degna di nota: la presenza nel regolamento di una sezione dedicata ai “Ristretti” ovvero agli “Autori che siano detenuti o soggetti a restrizione della libertà”… Mi sembra proprio un’ottima idea!

Locandina

Regolamento

Scheda di partecipazione

locandina

I FIORI DEL MALE. DONNE IN MANICOMIO NEL REGIME FASCISTA

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 settembre 2016 by Michele Nigro

ricevo e con piacere condivido

image003

Mostra foto-documentaria

I FIORI DEL MALE

DONNE IN MANICOMIO NEL REGIME FASCISTA

 

Casa della Memoria e della Storia | 14 settembre – 18 novembre 2016

 

Figlie, madri, mogli, spose, amanti: donne vissute durante il Ventennio. Ai volti delle ricoverate sono affiancati diari, lettere, relazioni mediche che raccontano la femminilità a partire dalla descrizione di corpi inceppati e restituiscono l’insieme di pregiudizi che hanno alimentato storicamente la devianza femminile.

L’idea di realizzare I fiori del male. Donne in manicomio nel regime fascista, una mostra sulle donne ricoverate in manicomio durante il periodo fascista, è nata dalla volontà di restituire voce e umanità alle tante recluse che furono estromesse e marginalizzate dalla società dell’epoca.

Durante il regime fascista si ampliarono i contorni che circoscrivevano i concetti di emarginazione e di devianza e i manicomi finirono con l’accentuare la loro dimensione di controllo e di repressione; tra le maglie delle istituzioni totali rimasero imbrigliate anche quelle donne che non seppero esprimere personalità adeguate agli stereotipi culturali del regime o non assolsero completamente ai nuovi doveri imposti dalla “Rivoluzione Fascista”.

Continua a leggere

“Santa Maria della Scala”, un progetto fotografico di Federico Pacini

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 26 aprile 2016 by Michele Nigro

foto_47

Tempo fa scrissi in “Elogio del recupero”: <<Restaurare le cose ci rende migliori. Riacquistiamo il ritmo giusto ed educhiamo il nostro corpo all’attesa riflessiva. Siamo liberi di decidere come utilizzare il nostro tempo e la materia inerte che incontriamo lungo il cammino. Il recupero possiede in sé anche un significato politico (non ideologicamente inteso): la “semplice” scelta culturale diventa scelta politica controcorrente. La fregola consumistica consigliata e incoraggiata dai nuovi dittatori viene sconfitta dalla chiave inglese e dal cacciavite. Ridiventare padroni di sé, del proprio tempo e degli oggetti dimenticati in attesa di resurrezione. Riscrivere l’elenco dell’utile e dell’inutile seguendo i rispolverati canoni qualitativi della vita reale. La poetica degli oggetti in disuso contro la stupidità dell’Occidente, contro l’arroganza dei velinismi tecnici ed estetici, contro il grasso che cola sullo scheletro di una filosofia perdente ma imperante.>>

Sfogliando l’ultima pubblicazione fotografica di Federico Pacini intitolata “Santa Maria della Scala” (Editrice Quinlan) e dedicata al restauro in fieri dell’omonimo ospedale, risalente al XI secolo, sito nel cuore antico di Siena, si ha l’impressione di trovarsi dinanzi non a una storia di recupero architettonico quanto piuttosto alla volontà di conservazione/congelazione di un tempo fatto di bizzarri strati accumulati dall’umana attività: timidi affreschi seppelliti che riemergono dagli intonaci della burocrazia; faldoni impolverati di un archivio ospedaliero che giacciono irriverenti accanto a volte di mattoni, scalinate in cui risuonano le voci dei secoli e nicchie votive disabitate… Pacini avrebbe potuto scegliere la facile e gloriosa strada di un progetto fotografico fatto di un “prima” e di un “dopo”, fornendo al lettore/osservatore, già bella e pronta, tutta la profondità di un processo. Fino ai titoli di coda di un successo visibile. Invece quello fotografato da Pacini è un tempo sospeso: tra le eterogenee stratificazioni di ciò che è stato (e sono tante!) e le immaginate potenzialità di un luogo in trasformazione, violentemente dinamico. La conferma ci viene fornita da Roberto Maggiori che nell’introduzione scrive: <<… si indaga la realtà locale privilegiando una “visione laterale” delle cose, opposta alla centralità del pensiero dominante e distante dalla spettacolarità fine a se stessa.>> La brutalità degli interventi umani sembrerebbe non lasciare spazio all’importanza storica di quel luogo: di tanto in tanto, però, Pacini immortala sprazzi di un passato che ha resistito alle offese della necessità e di un futuro che s’intravede tra l’arroganza di una modernità già superata e la speranza in un progetto appena accennato.

Dalla bandella del fotolibro:

progetto
L’Ospedale di Santa Maria della Scala risale al XI secolo ed è sito nell’area più antica della Siena di impianto medievale. È il luogo di cura più antico dell’Occidente, a livello mondiale secondo solo a quello di Istanbul. In parte dell’antico ospedale è attualmente in corso un restauro che convertirà gli spazi in museo, l’altra metà dell’edifico è già stata recuperata e ospita una serie di collezioni che vanno dall’arte antica (Museo archeologico Nazionale) all’epoca moderna, alternando ambienti monumentali e corridoi angusti, intrecci di gallerie scavate nel tufo e grandi spazi voltati a mattoni. Nei suoi 350.000 metri cubi d’estensione si trovano testimonianze storico-artistiche che sintetizzano la città e la sua storia, in un arco di circa mille anni. Tra queste il celebre Pellegrinaio, il più importante ciclo di affreschi del Quattrocento senese. Questa ricerca fotografica di Federico Pacini ha ripreso gli spazi da convertire a Museo.

Hai pubblicato un racconto o una raccolta di racconti, un romanzo, un libro di saggistica o di poesie?

Desideri ricevere una nostra recensione?

Servizio di recensione “nugae 2.0”

Free Highway

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 gennaio 2015 by Michele Nigro

traffico_visite_blog_sito_seo

(Sliding Doors)

Parole e gesti un tempo familiari

riaffiorano casuali dal passato,

ancora oggi mi meraviglio

delle innumerevoli vite vissute

sembravano così vere e intoccabili

degli stili indossati e poi dismessi

panni stranieri di scelte lontane

duri a morire, convivono in me.

Universi paralleli, potenziali esistenze

congelate in scatti fotografici come prove di antichi omicidi,

shock addizionali deviano percorsi ereditati,

non hanno alcun effetto le psicologie da salotto

le pause di riflessione, le sentenze e i rimedi della nonna.

Per un istante, da una corsia parallela

persone conosciute in epoche remote

attraverso sfocati varchi spaziotemporali

salutano con un cenno della mano.

Tra queste mi riconosco, ci sono anch’io

senza avere nostalgia di me

proseguo su una via che tutti si ostinano

a chiamare realtà.

PROGETTO ITALIA ARTE MUSEO MIIT – MIAMI per artisti

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , on 21 novembre 2014 by Michele Nigro

bando in PDF: PROGETTO ITALIA ARTE MUSEO MIIT – MIAMI per artisti

PROGETTO ITALIA ARTE MUSEO MIIT - MIAMI per artisti 1

“Nigricante”: person of the year!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , on 1 gennaio 2014 by Michele Nigro

Nigro person of the year

Autoscatti

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , on 3 dicembre 2013 by Michele Nigro

KubrickForLook_autoscatto_1949_wikipedia

Fotografarsi da spigoli di mobili

per studiarsi con tenerezza

e forzata indulgenza,

fuochi nel buio e patate sotto la cenere

al ritmo della pioggia tamburellante

come i battiti di un cuore invernale.

Lontano da terremoti umani

richieste incessanti di presenza

e sabati affollati per sentirsi soli,

scelgo la vecchia panchina di legno

inchiodata in un passato che non torna,

davanti alla fiamma accesa

di questo dolce esilio

con l’alibi delle cose da fare.

La paura del monossido di carbonio

la morte nel sonno dell’anima

il tetto che perde

io che non vinco…

E la coperta in più

per non far gelare le speranze.

L’autoscatto vanitoso e studiato

rivela la posizione, vagamente sospettata,

del mio corpo inquieto ma fermo

come un rassegnato tronco spezzato

che ancora sogna germogli.

Domani svuoto il secchio e giro pagina.

Le roselline di Persano

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 aprile 2011 by Michele Nigro

Tra le sue mani non più tanto giovani Giulia stringeva, delicatamente e con perizia museale, una foto in bianco e nero. Ne aveva tante di foto così e la scatola di fortuna che le conteneva nella credenza della camera da pranzo ormai aveva raggiunto un “punto di non ritorno” strutturale e di tanto in tanto avvenivano rigurgiti fotografici con pezzi di storia che cadevano sul pavimento. Il fascino della fotografia trovava in quella scatola la sua massima realizzazione e non erano certamente le pose studiate di qualche artista della messa a fuoco a rendere uniche quelle foto, ma i momenti storici che casualmente e nostalgicamente testimoniavano.

Gerarchi fascisti in alta uniforme, orgogliosi soldati con i capelli lucidi di brillantina Linetti prima della partenza per il fronte, donne affascinanti di porcellana e talco sfuggite al cinema della “Belle Epoque”, bambini imbalsamati dinnanzi al mago fotografo… Tutte le tipologie umane di un’Italia scomparsa erano contenute in quella scatola magica.

La foto che Giulia aveva riesumato durante il pomeriggio afoso di quella estate meridionale non era particolarmente “storica”, se per Storia intendiamo solo gli eventi che accomunano più di cento o mille persone.

Ma alla storia di Giulia apparteneva e come. E questa era la sola cosa che contava.

Gli attimi immortalati dalla pellicola rappresentano le ingenue speranze di chi crede nell’infinito ed è proprio questa illusione che ci spinge ogni volta a premere il pulsante dello scatto di una macchina fotografica.

L’illusione dura quanto la stessa frazione di secondo in cui avviene l’apertura e la chiusura velocissima dell’otturatore. Dopo di che le foto diventano foglie secche che, distaccandosi dall’albero della vita, vanno incontro al proprio destino. Solo alcune raggiungeranno i cosiddetti posteri che a volte sono così “posteri” con la mente (molto posteri…Troppo posteri!) da non accorgersi di quelle foglie secche. Schiavi eterni di una corsa al progresso che li rende inconsapevoli persino della loro stessa data di nascita. Il “fogliame” raggiunge, percorrendo itinerari impossibili da ricostruire, attraverso incendi e alluvioni, guerre e traslochi, i nostri coloratissimi giorni. A volte pernottano per decenni nelle soffitte della nostra indifferenza fino a costituire scomodi lasciti per veloci figli professionisti accompagnati da isteriche mogli, sacerdotesse degli umori e dei ricordi coniugali. Altre volte, per nostra fortuna e per onestà storica, le foglie sono raccolte diligentemente negli album del cuore di chi crede nella memoria. E Giulia apparteneva sicuramente a quest’ultima categoria.

E fu così che dialogando con il figlio Lele sul significato storico e personale di certe foto e sulle vicende sconosciute a esse legate, nacque l’idea di quella pomeridiana escursione nei campi fioriti della storia. Lele non era insensibile a certi racconti e anche se dimostrava una fisiologica insofferenza nei confronti delle complicate ramificazioni parentali e degli intrighi genealogici su cui Giulia spesso si attardava con passione e dovizia storiografica, nutriva un distaccato rispetto per le storie della madre e pensava che in fin dei conti rappresentavano i prodromi della cultura che l’aveva accolto anni addietro al momento della sua nascita. A volte Lele si commuoveva interiormente riflettendo sul coraggio di quegli anni divenuti storia e sui cambiamenti di quelle persone a lui care osservate sempre da una prospettiva viziata dall’abitudine. In quei momenti pensava: “Anche la nonna è stata giovane? Incredibile!”

L’automobile sgangherata guidata da Lele si diresse con i suoi vecchi pneumatici in direzione di Eboli. Superò le deserte strade estive dell’incrocio per Campagna e s’impegnò sui dossi di quella strada tanto cara a Lele perché ricca di ricordi avventurosi legati al suo passato da “giovane esploratore” e alle disperate ricerche di fresche fontane per dissetare le gole impolverate dopo i chilometrici tragitti percorsi a piedi tra canti e zaini in spalla. Anche Lele aveva la sua storia.

In vista della discesa tortuosa che porta a Serre, Lele girò a destra – direzione Persano – e s’infilò in una stradina parallela alla strada ferrata. Mentre sterzava con facilità pensava sorridendo alle vite sprecate di scrittori e di matematici solitari che con le loro famigerate “macchine del tempo” hanno torturato i nostri fanciulleschi pomeriggi trascorsi mangiando “pane e fantasia”. Siamo noi le vere macchine del tempo: è inutile costruire grotteschi strumenti che viaggiano nel tempo… Basta una foto, una madre invecchiata al punto giusto e una discreta automobile che non ti lascia a piedi. E la cosa più straordinaria è che il “meccanismo” funziona davvero!

Infatti, alla fine della stradina ecco apparire dalle nebbie del tempo il “famoso” e tante volte nominato “casello”. Il padre di Giulia, e quindi il nonno di Lele, era stato capostazione delle ferrovie sulla linea Salerno–Potenza e spesso avevano cambiato casa, o meglio casello, per esaudire le volontà della direzione del personale ferroviario: Romagnano, Baragiano, Eboli…

Ma Persano rappresentava il luogo delle massime gioie e dei massimi dolori. L’infanzia felice e naturale tra il tifo da Salmonella che serpeggiava e le riunioni di famiglia alla luce di lampade a petrolio; i treni che transitavano di notte e i bambini che da sotto le coperte li scambiavano per draghi; le storie sui “lupi mannari” che il bisnonno Alberto pungeva con uno spillone giusto in fronte per farli ritornare “umani”; il “verme solitario” che si prendeva con la carne di maiale; la seconda guerra mondiale e le pagelle fasciste; il vescovo di Campagna – Monsignor Palatucci – che mentre aiutava il nipote a salvare gli ebrei dalla deportazione si concedeva momenti di svago pranzando a casa di nonno Michele e svolgendo la funzione di tutore di Adolfo, fratello di Giulia; le biciclette che si potevano lasciare appoggiate ai muri perché “durante il fascismo nessuno rubava” e altre ingenue leggende; la cioccolata degli americani e gli ex alleati tedeschi sempre più arrabbiati con gli “italiani traditori”.

E poi, ancora, i bombardamenti dei “fratelli” americani che come sempre fanno capire, dall’alto della loro potenza militare e tecnologica, chi comanda; la salvezza dalle bombe dormendo nelle gallerie ferroviarie dopo che sirene rauche avvertivano dell’arrivo dei bombardieri statunitensi; le camicette confezionate con il tessuto dei paracadute dell’aviotrasportata americana; i pidocchi dell’esercito italiano; i balilla pentiti; lo sbarco a Salerno; la nonna Clementina malata di malaria e salvata da un veterinario dell’esercito americano che mentre le propinava una purga equina disse ai figli in un italiano stentato: “…Mammà, domani o salvare o morire…O.K.?”; le patate cucinate in tutti i modi perché c’erano solo quelle da mangiare; i ladri “scomparsi” durante il fascismo che riaffioravano per la fame; i vestiti fatti in casa e le scarpe nuove che si attendevano come si attende la nascita di un bambino; il primo ghiaccio fatto da una macchina frigorifera; i primi frutti esotici mangiati grazie a un’acculturata cugina romana; i brani di Glenn Miller e della libera musica americana; i dischi fonografici delle opere di Verdi gettati tra i binari durante i barbarici saccheggi delle truppe tedesche in ritirata; i primi fidanzamenti e le feste alla diga di Persano…

Il casello era non solo l’abitazione del capostazione, che aveva il compito di regolare il traffico ferroviario con le sole forze della vista, della paletta luminosa, del telegrafo e del fischietto, ma era il punto nevralgico dei passaggi a livello, prima della loro automazione… Grosse responsabilità miste a scene di vita casalinga: il berretto da ferroviere posato sul tavolo vicino al pane appena sfornato e alla carne di maiale da insaccare nei budelli.

Di quel nonno fugace Lele conservava solo alcune foto e il fischietto con cui fece partire migliaia di treni tra i fichi d’India, i muri di pietra dove le lucertole s’abbronzavano e le signorine anni trenta fresche di sapone e rossetto appoggiate alle loro biciclette nell’attesa che il passaggio a livello si levasse. La “poetica del treno” non ha eguali tra gli slanci emotivi e artistici dedicati alle invenzioni dell’uomo.

E cosa dire delle stazioni e dei loro antichi arredamenti: le scomode panche di legno duro a strisce che neanche nella casa di un fachiro; le palme piantate forse in epoche d’entusiasmi colonialistici; le fontanelle con il tasto da tenere premuto sennò non bevi; i bagni delle donne più puliti di quelli degli uomini; i campanelli d’arrivo del treno con su scritto il nome della città di provenienza; le tremolanti luci lontane che ti tradiscono sull’arrivo reale del locomotore; le scintille delle frenate dei treni pesanti che d’estate appiccano timidi incendi lungo le sterpaglie della strada ferrata. E ancora: l’odore di piscio che risale dai binari perché c’è sempre qualcuno che va in bagno durante le fermate nelle stazioni; le attese per l’ultimo convoglio sulle panchine di marmo freddo durante le sere estive in compagnia di pensieri tristi e del frinire di instancabili cicale; il chioschetto con le rotelle che vende panini alla salmonella e birre quasi calde; i grossi bracci che servivano acqua alle locomotive durante “l’età del carbone”; le rimesse abbandonate dove riposano le carrozze andate in pensione; il deposito bagagli semideserto; la sala passeggeri divisa per classi e la sala scambi piena di pulsanti luminosi che sono la passione dei bambini…

Tutti questi ricordi erano racchiusi nel suono stridente del fischietto del nonno di Lele.

Continua a leggere

Il ritorno a casa e il “jet lag” psico-culturale

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 agosto 2010 by Michele Nigro

“Non ritornare mai,

andare sempre in giro,

produrrebbe un’ebbrezza da derviscio.”

(da “Filosofia del viaggio” di Michel Onfray)

Non si ritorna mai completamente da un luogo.

Ritorniamo con il corpo perché abbiamo un biglietto con una data per il rientro e non vogliamo perdere i soldi spesi, e una vita che ci richiama all’ordine (per “vita” s’intende una serie effimera di convenzioni linguistiche, culturali, sociali, storiche, economiche che crediamo – autoconvincendoci! – di non poter sradicare).

Mentre cospargiamo la scrivania di foto, taccuini, cartine, libri, cd musicali acquistati in loco, scontrini, biglietti, residui di ciò che per un po’ è stata la nostra moneta; mentre laviamo i panni sporchi e riponiamo la valigia nell’armadio che odora di naftalina, ci accorgiamo di aver lasciato indietro una parte non secondaria di noi, la mente: di aver disseminato onde cerebrali nel luogo visitato al punto tale che subiamo uno svuotamento psichico durante la fase del ritorno. Non rientriamo mentalmente, ma solo fisicamente. Un bel guaio! Forse…

I sintomi del “jet lag” psico-culturale variano da viaggiatore a viaggiatore: l’isolamento è uno dei principali. Il comune senso d’appartenenza (quello stesso senso che fa inviare al turista decine di inutili cartoline in patria, dimostrando così di non essere mai partito!) ancora non deve entrare in scena per rovinare tutto: isolarsi per difendersi e per conservare intatti e senza “inquinanti culturali” gli insegnamenti dei cinque sensi stimolati durante il viaggio.

Eppure Istanbul non è una città, per certi aspetti, tanto diversa dalle altre capitali europee: tram, grattacieli, supermercati, metropolitana, autostrade trafficate, banche, polizia, problemi condominiali, gente che va avanti e indietro indaffarata… L’isolamento, dunque, non serve a farci riprendere fiato come se avessimo vissuto un’esperienza traumaticamente differente se confrontata con il nostro stile pratico di vita “occidentale”: l’auto-esilio è l’unico mezzo che abbiamo, ritornando a casa, per preservare l’ideale coltivato e messo alla prova durante il viaggio stesso. Ci si isola nella propria dimora per continuare il percorso interiormente e per rintracciare quella ricerca primigenia (causa del nostro viaggio) per un attimo distratta o addirittura “coperta” dalle incombenze pratiche legate al taxi da prendere, all’hotel da individuare, al piatto da ordinare, al bagaglio da non perdere… Sfruttando la “succursale” della nostra anima lasciata a Istanbul come una sorta di sentinella, creiamo un ponte tra il corpo spossato in fase di recupero energetico e l’ideale (impreparato e infantile) che c’aveva spinto sull’aereo. “Nella fatica del ritorno – scrive Onfray – si preparano le sintesi a venire”. Sintesi che cristallizzano l’esperienza e indirizzano la ricerca verso obiettivi più nitidi e meno epici: l’iniziale entusiasmo basato sulle ipotesi e sulle mille piacevoli paure dell’ignoto, lascia il posto a una nuova energia più consapevole e pacata, ma arricchita di nuovi elementi culturali e sensoriali. Il viaggio, in un certo qual modo, continua.

Istanbul non è una città normale ma una “terra di mezzo” dove dialogano realtà apparentemente lontane e inconciliabili; un faro filosofico e spirituale per l’occidentale insoddisfatto…

Si ritorna sempre, quasi per caso, durante un fine settimana, a Parigi o a Londra per riprendere “discorsi occidentali” che impregnano già il nostro modo di essere europei. A Istanbul, invece, si decide di ritornare a posta per motivi vitali, perché dobbiamo recuperare noi stessi, perché siamo costretti ad andarci a riprendere l’Io smarrito sotto le Mura terrestri o a Ortakoy: una parte di noi, infatti, è rimasta lì a circolare tra le strade in cerca di alterità e di vero confronto con sé stessi e con il mondo.

Un viaggio a Istanbul non si risolve mai: ce ne accorgiamo dal fastidio che proviamo nel dover condividere gli aneddoti banali con chi è rimasto a casa; aneddoti riassuntivi che generalmente soddisfano il turista ma non il viaggiatore. L’ascesi intellettuale, seppur libresca, ci salva dal fastidio del ritorno e la riorganizzazione del materiale raccolto ci fornisce una traccia culturale da seguire per tenerci occupati… E per non impazzire!

(foto: M. Nigro)

Gli “Amabili resti” di Elisa Claps

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 5 giugno 2010 by Michele Nigro

È sorprendente scoprire certe analogie esistenti tra narrativa e cronaca: somiglianze tenute ben separate dalla geografia, dalla differente cronologia, da diversità linguistiche, sociali e culturali, eppure così vicine nei contenuti e per questo motivo “universali”. La brutalità, la morte, il destino di ciò che usiamo chiamare “anima”: esistono punti di contatto tra le varie umanità abitanti questo pianeta che nel bene o nel male travalicano il tempo e lo spazio. Recentemente una di queste “lampadine analogiche” si è accesa nel mio povero cervello mentre guardavo comodamente seduto sul divano di casa un film diretto dal “tolkieniano” Peter Jackson e intitolato “Amabili resti” (The lovely bones) tratto dall’omonimo romanzo (in parte autobiografico) della scrittrice statunitense Alice Sebold. Non starò qui a snocciolarvi trame o a riesaminare in maniera incompetente casi di cronaca giudiziaria (italiana) ancora tremendamente aperti: ognuno di voi potrà, se vorrà, leggere autonomamente il romanzo della Sebold, vedere la trasposizione cinematografica di Jackson e rileggere alcuni articoli (o rivedere alcune utili trasmissioni come “Chi l’ha visto?” della Rai) riguardanti la scomparsa e la terribile morte di Elisa Claps (nella foto). Interessanti, tuttavia, sono i parallelismi che è possibile effettuare in modo quasi istintivo tra la storia di Susie Salmon (la protagonista del romanzo “Amabili resti”) e quella della ragazza di Potenza, Elisa Claps, il cui cadavere è stato ritrovato dopo diciassette anni in una chiesa del capoluogo lucano: la giovane età delle due vittime (quasi la stessa: 14 anni Susie, 16 anni Elisa); l’approccio sessuale come premessa dell’omicidio (l’uccisione avviene subito dopo il puntuale rifiuto da parte della vittima, come a voler sublimare in maniera sanguinosa il mancato atto sessuale/consensuale); la conoscenza diretta dell’omicida da parte delle vittime (il fattore “fiducia” rende la “preda” più vulnerabile); il macabro rituale del taglio di una ciocca di capelli dal corpo delle ragazze (Danilo Restivo, il presunto assassino di Elisa Claps, è addirittura già “famoso” a Potenza e in altre città italiane per il suo “feticismo ritualistico di natura ossessiva”; George Harvey, che nel romanzo stupra e uccide Susie, conserva una ciocca di capelli della ragazzina nel “diario” in cui pianifica i suoi misfatti fin nei minimi particolari); l’iniziale impunità degli assassini che cercano di continuare a vivere una vita noiosa per non destare sospetti (Danilo Restivo, però, sceglie a un certo punto di trasferirsi in Inghilterra per paura – dice lui – di essere linciato dai familiari e amici di Elisa Claps; George Harvey rimane fino all’ultimo al suo posto, anche dopo i sospetti del padre di Susie, interpretando la parte del vicino di casa “buono e gentile”); l’ossessione che spinge i carnefici a cercare nuove vittime con cui soddisfare un recalcitrante bisogno malato (un’ossessione che nel tempo indebolisce la preparazione maniacale del serial killer, facendogli commettere errori); entrambe le ragazzine sono sorprese dalla morte agli esordi di una vita acerba e normale (Susie ha appena scoperto l’amore anche se per poco mancherà l’appuntamento con il suo primo bacio; Elisa è addirittura in procinto di andare a messa!); il mancato ritrovamento del corpo dopo la scomparsa/uccisione: nel caso di Susie il corpo non verrà mai più ritrovato, ingoiato da una discarica; il ritrovamento del cadavere di Elisa nel sottotetto della Chiesa della Santissima Trinità di Potenza ha scatenato una serie di ipotesi attualmente al vaglio degli inquirenti. Ipotesi che non possono non stuzzicare la fantasia di chi, scrittore o non, è incapace di soffermarsi sul “semplice” movente a sfondo sessuale.Che ruolo ha avuto il parroco dell’epoca? Cosa sa l’attuale vescovo di Potenza? Chi è il padre di Danilo Restivo e che ruolo avrebbe avuto nel caso Claps? Elisa è stata la vittima di un folle feticista incapace di avere un normale rapporto sentimentale con una ragazza oppure l’omertà che c’è intorno al ritrovamento del suo corpo nasconde il malsano operato di un ampio gruppo di persone conniventi? Danilo Restivo è il capro espiatorio di un delitto magico-ritualistico commissionato da insospettabili della “Potenza bene”? Lo scopriremo solo seguendo le indagini, le indiscrezioni giornalistiche e il futuro processo… Per ora Restivo è gentilmente “ospitato” in uno dei penitenziari di Sua Maestà per fare finalmente luce sull’efferato omicidio di Heather Barnett).

L’assassino di Susie è ordinato, meticoloso, pulito, educato, progetta e costruisce rifugi sotterranei e trappole per anatre giganti; il carnefice di Elisa sembra agire in preda a un raptus seguito da momenti di lucidità in vista dell’occultamento del corpo e che non escluderebbero l’aiuto da parte di “altri” (anche se le indagini per ora si stanno concentrando su un solo personaggio: Restivo). La famiglia di Susie sembra per un attimo essere vicina alla soluzione ma non riesce a far convergere gli elementi raccolti in direzione di George Harvey (lo farà solo verso la fine e lo farà in maniera errata e rocambolesca, causando la fuga dell’omicida e l’irreversibile occultamento del corpo di Susie); anche nel caso di Elisa le indagini sono lente, strabiche, grossolane, affette da lassismo cronico, e gli inquirenti sembrano essere incapaci di puntare il dito verso l’ovvio (come per Susie, solo i familiari di Elisa si avvicinano incredibilmente alle verità che contornano la scomparsa del proprio caro, senza sortire alcun effetto sullo spirito d’iniziativa degli inquirenti, troppo spesso imbrigliati in reti burocratiche, legislative e garantiste).

E dal punto di vista escatologico?

In “Amabili resti” l’anima di Susie rimane sospesa in un paradiso intermedio (nel film Peter Jackson, già esperto di “Terre di Mezzo”, non ha alcuna difficoltà a rappresentare l’anticamera del Paradiso, un meraviglioso, fantasioso e coloratissimo “Cielo di Mezzo” per le anime indecise e bisognose di un aiutino per “passare dall’altra parte”) e osserva, senza essere vista e quindi senza poter comunicare, la vita dei familiari e dell’assassino successivamente alla propria morte. Indipendentemente dal fatto se si crede o meno in una vita oltre la morte e se si crede nell’esistenza di una certa energia mentale residua (“spirito”?, “anima”?) capace di sopravvivere al disfacimento del corpo, mi piacerebbe poter pensare ad una sorta di “limbo” anche nel caso di Elisa Claps: un punto situato in un non-luogo da cui osservare le umane ricerche all’indomani della scomparsa, gli affanni dei propri cari, il vorticoso movimento spensierato di via Pretoria, a Potenza… A due passi dalla chiesa-tomba. A due passi dalla verità!

Prima di una definitiva salita in Cielo.

Interno Poesia

Blog e progetto editoriale di poesia

Iannozzi Giuseppe - scrittore e giornalista

Iannozzi Giuseppe - scrittore, giornalista, critico letterario - blog

Emanuele-Marcuccio's Blog

Per una strada e altre storie...

vibrisse, bollettino

di letture e scritture a cura di giulio mozzi

HyperHouse

NeXT Hyper Obscure

La legenda di Carlo Menzinger

libri: i miei, i tuoi, i suoi, i nostri, i vostri e i loro.

R. Tiziana Bruno

(ladri di favole)

DEDALUS: corsi, testi e contesti di volo letterario

Appunti e progetti, tra mura e spazi liberi

Poesia dal Sottosuolo

(prestarsi al mondo in versi)

Rivista ContemporaneaMente Versi

Rivista di Poesia Contemporanea Sperimentale e Non Solo

i sensi della poesia

e in pasto diedi parole e carne

La Camera Scura - il blog di Vincenzo Barone Lumaga

Parole, storie, pensieri, incubi e deliri

HyperNext

Connettivisti nel cyberspazio / Movimento in tempo reale

La Mia Babele

Disorientarsi..per Ritrovarsi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: