Scrittura artigianale: dalla scultura all’enologia passando per Forrester

Ho sempre considerato valido il paragone tra scrittura e artigianato in generale, tra scrittura e scultura in particolare.

L’atto scritturale, per qualcuno, sarebbe ancora da relegare in un ambito creazionistico, caratterizzato da ispirazione divina e fatalismo. È vero: il passaggio dall’immaginazione di una situazione al concepimento dell’incipit rimane in fin dei conti un ‘mistero’, ma pur sempre un mistero laico. La ricerca della voce narrante è un ‘lavoro’ che confina con la metafisica: non esiste una tavola periodica delle idee. Dall’immaterialità interiore si passa miracolosamente al segno visibile e modificabile, dalla proiezione mentale di un dettaglio catturato tra la veglia e il sonno si giunge alla narrazione di una storia inventata, ma non per questo meno vera della vita reale.

Struttura

Preparare una ‘scaletta’ degli eventi, documentarsi, progettare la sequenza di forme eterogenee da far comparire nel testo, scrivere una sorta di “racconto parallelo” fatto di elementi embrionali e pensati ad uso e consumo dell’autore, conoscere in anticipo i ‘materiali’ da usare nella costruzione del nostro mondo immaginario, allestire un’impalcatura solida su cui aggiungere i vari ‘pannelli’ che illustrano la storia: tutto questo lavoro preliminare serve a costituire la struttura di un racconto. Un’idea, anche la più solida, la più ossessionante e vivida, ha bisogno di struttura. In alcuni casi l’idea nascente è talmente invadente e ipertrofica che contiene già nel suo interno una struttura prematura inglobata, prigioniera di una quantità eccessiva di materia non richiesta. Questo accade quando la formazione della struttura e l’ideazione della storia avvengono contemporaneamente. L’entusiasmo creativo sommerge una struttura ancora acerba che rischia di ‘crollare’ sotto il peso della materia narrativa collocata in maniera confusa sullo ‘scheletro’ del racconto. Anche nella creazione di una scultura, la materia in eccedenza viene allontanata con cura, senza compiere tagli profondi, con perizia chirurgica tramite una tecnica di intaglio – “per forza di levare” (cioè di sottrazione della materia superflua) – avendo ben presente in mente la forma che vogliamo raggiungere, per liberare la struttura e scarnificarla. Bisognerebbe parlare di ‘scoperta’ della scultura e non di creazione: ‘scolpire’ in senso lato significa sostanzialmente portare alla luce una forma che già esiste in maniera potenziale nel blocco materico messo a nostra disposizione dalla natura, dalla conoscenza, dalla lettura, dalla stratificazione delle esperienze culturali, dalla sedimentazione delle idee. Non tutti sono capaci di compiere questa operazione di scarnificazione: spesso c’innamoriamo della materia, la consideriamo incondizionatamente utile all’economia della nostra storia.

È per questo motivo che preferisco di gran lunga, in qualità di simpatizzante ‘strutturalista’, il secondo tipo di approccio, quello graduale, paziente, che rispetta gli ‘agganci’ forniti dalla struttura stessa. Le pause, l’attesa programmata, il “dormirci sopra” senza assecondare l’impazienza della conclusione: presupposti che spingono lo scrittore al rispetto dei ‘tempi di reazione’ e delle ‘distanze di sicurezza’. In questo caso il procedimento scultoreo modellato – “per mettere” ovvero modellando materiali plasmabili e sommati di volta in volta – è quello che più si avvicina alla tecnica scritturale ideale, aggiungendo gradualmente elementi narrativi appropriati. La struttura, se ben allestita grazie a un lavoro preliminare apparentemente noioso ma necessario, ci suggerisce essa stessa dove collocare in maniera omogenea i vari pezzi di argilla. Il nostro tempo di reazione al suggerimento può fare la differenza (a volte le intuizioni applicate frettolosamente possono denaturare la struttura; d’altro canto un’eccessiva attesa può svilire la freschezza di un’idea da cogliere al volo); ma è soprattutto grazie a una visuale distanziata che possiamo apprezzare il risultato della nostra opera di incastro. Nonostante la tecnica scritturale “per mettere” sia la più ‘saggia’ (anche se alcuni autori ‘ispirati dall’alto’ la detestano), non esclude una fase finale di intaglio, di rimozione del superfluo: anche le scelte ponderate, in seguito possono rivelarsi errate o bisognose di rivalutazioni modellanti. Io, per dirla in breve, parteggio per una scrittura “dal basso”.

Il taccuino è lo strumento con cui lo scrittore dà vita alla struttura. Dalla ricerca della voce narrante all’autoediting, passando per l’incipit (preceduto da un’eventuale introduzione), la costruzione e la collocazione di monologhi e dialoghi, la caratterizzazione dei personaggi, il climax o “i climax” da raggiungere, il tono e le sue variazioni, le citazioni da intercalare, il finale e il tempo ovvero la distanza della voce narrante dai fatti narrati: tutto deve essere pronto prima di cominciare a scrivere. C’è una scrittura non ufficiale che precede la scrittura vera e propria: si tratta di materiale ufficioso che nessuno leggerà mai, di ‘bozze’ e di progetti che testimoniano il ‘concepimento’, di prove che riassumono un cammino preliminare, personale, a volte doloroso e non casuale. Il rapporto tra lo scrittore e il suo taccuino può essere pacato o ossessivo: nel primo caso le linee progettuali abbozzate costituiscono solo un promemoria che non vincola la penna dello scrittore; nel caso di un rapporto ossessivo tra il ‘disegno’ e il ‘costruttore’, il taccuino diverrà motivo di tormento e punto di riferimento costante. Solo alla fine, dopo la stesura del finale, lo scrittore riesce finalmente a licenziare il proprio taccuino, chiudendolo. Non è dato sapere se si tratta di insicurezza o di fedeltà alla linea progettuale: l’importante, come sempre, è il risultato finale apprezzato dal lettore estraneo a queste dinamiche interne e segrete.

Decantazione

Sempre a proposito di ‘misteri’, quello riguardante la decantazione è senz’altro uno dei più affascinanti. Cosa accade durante i periodi in cui lo scrittore “sospende il giudizio” nei confronti del proprio lavoro artigianale? Perché è fondamentale lasciar ‘riposare’ il nostro scritto? In realtà a riposare non è lo scritto, in quanto prodotto ‘congelato’ nella posizione scelta dall’autore, bensì noi, il nostro occhio critico, la nostra forza creatrice di idee e di conseguenza la nostra capacità di valutare l’opera. Come per certi tipi di vino, anche per la scrittura vale la stessa regola: il prodotto che osserviamo sul foglio, frutto del nostro lavoro, purtroppo non rappresenta il risultato perfetto ed etereo di un’ideazione di origine soprannaturale ma è il ‘concepimento sporco’ di una mente che contiene ottime idee ma anche tanta ‘feccia’ ovvero sovrastrutture, errori cognitivi, illusioni, fantasmi, fraintendimenti, presunzioni, manie di grandezza, ipertrofismi vari… Lasciar riposare uno scritto significa far depositare sul fondo del nostro cervello le impurità scritturali che al termine del processo di assemblaggio non siamo in grado di valutare con serenità, apparendoci come oggetti intoccabili.

Fare l’autoediting della propria scrittura significa travasare delicatamente il vino dalla bottiglia del canovaccio al decanter della bozza finale, evitando di agitare il contenitore delle nostre idee, di smuovere il liquido narrativo, facendo risalire le impurità e le false convinzioni che ormai appartengono al passato e a un punto di vista che non c’appartiene più. L’essere umano è evoluzione, le cellule del nostro corpo si rinnovano periodicamente per lasciare spazio a un nuovo autore: grazie alla memoria ricordiamo i numerosi ‘perché’ che c’hanno spinto a scrivere, ma fortunatamente le reazioni fisiche nei confronti del nostro prodotto e di conseguenza il grado di valutazione sono mutati. Come afferma lo scrittore William Forrester (Sean Connery), personaggio del film “Scoprendo Forrester”: <<Quando scrivi… la prima stesura la devi buttare giù con il cuore, e poi la riscrivi con la testa. Il concetto che hai dello scrivere è scrivere, non è pensare.>> Se la scrittura coincidesse con il nostro pensiero accadrebbero due cose piuttosto gravi: 1) non ci troveremmo più dinanzi a un’opera d’arte, frutto di una sorta di compromesso tra pensiero e simbolo, convenzione raffinata tra il caos delle idee e le regole dei segni; 2) non esisterebbe più l’arte e in particolare la scrittura, occorrerebbero solo dei grossi contenitori in grado di archiviare i pensieri in maniera indiscriminata. Il concetto espresso da Forrester riprende in maniera cinematografica quello ben più complesso riguardante il cosiddetto flusso di coscienza: pensare troppo durante la stesura significa svilire l’istintualità di un processo mentale che, come dicevamo all’inizio, ha una sua natura misteriosa, quasi miracolistica, non misurabile con strumenti convenzionali. Ma, anche se Forrester non lo dice nel film per non appesantire la sequenza, l’istinto ha bisogno di struttura. Persino il pastiche è strutturato! Il ‘pensare’ a cui fa riferimento Forrester coincide con la decantazione attuata tramite l’autoediting. Io personalmente credo molto di più nell’autoediting che nell’editing effettuato da un occhio esterno: l’autoediting richiede una smisurata autocoscienza, è vero, ma alla fine è l’unica pratica in grado di determinare la vera crescita dell’autore. Affidare la valutazione delle proprie scelte scritturali a un “estraneo” è fondamentale per ricercare ed eliminare errori grossolani  o incongruenze, ma solo noi possiamo, da soli, ripercorrere o meglio “ri-abitare” il nostro mondo inventato. Per riuscire a fare questo – per riessere, come direbbe Gesualdo Bufalino – occorre allontanarsi dallo scrittoio, andarsene in vacanza, disinnamorarsi della storia e dei personaggi, prendere le distanze dalla propria creatura, disconoscerla, abbandonarla sul sagrato dell’indifferenza e ammettere che, in fin dei conti, sia noi che il mondo della letteratura possiamo sopravvivere benissimo anche senza la nostra “opera”. Non si tratta di una finta umiliazione pubblica ma di un passaggio artigianale necessario affinché si possa giungere con serenità alla riabilitazione obiettiva di ciò che qualche settimana, mese, anno prima credevamo essere indiscutibilmente necessario e quindi intoccabile. Per non compromettere la limpidezza della nostra scrittura occorre utilizzare, durante la decantazione, la luce di una candela, simbolo di un’illuminazione che ci permette di separare coraggiosamente la ‘feccia’ che rende opaco il linguaggio dalla parte migliore dello scritto: una luce sincera, interiore e crudele per individuare e fermare nel momento giusto i depositi raccolti sul fondo che cercano di passare il filtro del nostro giudizio selettivo, compromettendo un procedimento che dovrebbe essere in grado di offrirci un prodotto finale tendente alla perfezione. Ho detto “tendente”…!

Decantare non è solo sinonimo di selezione e di tagli ma anche di ossigenazione: mentre eliminiamo le impurità, abbiamo anche la possibilità di introdurre nuove idee, nuovi elementi capaci di ‘ossigenare’ la storia, di renderla più dinamica, interattiva, musicalmente fluida. Un’ossigenazione che non può essere effettuata già dopo la fine della stesura principale. Durante l’attesa che precede il ‘travaso’ lo scritto non deve essere toccato, mosso, riletto o peggio ancora riscritto.

Dobbiamo riabitare la nostra storia solo mentalmente, prendere nota di eventuali novità narrative che ci vengono in mente durante l’attesa e che potrebbero in fase di ossigenazione donare una nuova spinta allo scritto, ma senza rientrare visivamente e fisicamente nei meccanismi che la compongono. Anche gli scritti hanno bisogno di una loro ‘cantina’ buia, senza una luce che alteri, dando la possibilità all’autore di rileggersi, le caratteristiche di uno scritto che ha bisogno di essere lasciato in pace, con una temperatura costante, senza odori e vibrazioni…

Rientrare nella storia non è facile: non s’improvvisa il nostro rientro, così come non si arriva di notte a casa di parenti o amici senza annunciarsi. Senza ri-sintonizzarsi! Per rientrare dobbiamo ricreare in noi l’atmosfera drammaturgica necessaria per individuare il motivo che ci ha spinti a scrivere quella storia e in quel modo. Se rientriamo “a freddo” rischiamo di non capire noi stessi, rileggendoci; di non ritrovare le motivazioni che hanno determinato quella scelta scritturale, quello stile che contraddistingue un nostro scritto da un altro.

Prosit!

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