Archivio per surrealismo

Bevo per ricordare!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 aprile 2014 by Michele Nigro

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Dai profondi cunicoli dell’inconscio

insufflate dai fumi della regressione

risalgono come ebbre mongolfiere colorate

i ricordi di zone dimenticate della storia

di inespresse soluzioni crepuscolari.

Sfuggo agli stili convenzionali del mio tempo

rimuovo gli ostacoli della ragione e mi autoriparo

riplasmo lo schema comportamentale ereditato

gettando zavorre dottrinali e assiomi mentali,

schiavo di una comoda amnesia sociale

ricostruisco le strutture inadatte

alterando la percezione di valori accettati.

La resistenza a disimparare

si dissolve dinanzi al dolce assedio neurale

di un boccale schiumoso,

profeta alcolico di eretiche novità.

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“Cyberfilosofia” di Jean Baudrillard

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 maggio 2012 by Michele Nigro

Apparentemente innocuo, composto da 45 pagine, “Cyberfilosofia” è una pubblicazione postuma (ed. Mimesis, collana Minima Volti – 2010) del filosofo “patafisicoJean Baudrillard (1929-2007), interessante, in alcuni punti volutamente ermetica e assiomatica, ricca di nuovi punti di vista stimolanti. Divisa in quattro capitoletti, l’argomentazione di Baudrillard ha il raro dono di utilizzare alcuni elementi tipici dell’immaginario fantascientifico per affrontare temi filosofici riguardanti la vita dell’uomo del terzo millennio: il simulacro e il suo sorpasso reso possibile dal vasto universo della simulazione e dell’iperrealtà; la differenza tra automa e robot (nel secondo capitolo intitolato “L’automa e il robot”); l’esegesi di “Crash” (titolo del romanzo di Ballard e del film diretto da David Cronenberg) nel terzo capitolo intitolato appunto “Crash” in cui Baudrillard, grazie alla sua speciale lente d’ingrandimento iperrealista, evidenzia la commistione esistente tra corpo organico e macchina, tra sessualità e tecnologia, la coincidenza tra l’automobile incidentata (simbolo del romanzo di Ballard) e il godimento puro; e infine il disimpegno definitivo di Baudrillard nei confronti del film “Matrix”: nel quarto e ultimo capitolo – “Decodificare Matrix, Le Nouvel Observateur intervista Jean Baudrillard” – viene spiegata una volta per tutte la distanza esistente tra il pensiero del filosofo francese e il messaggio contenuto nel film dei fratelli Wachowski.

Ma è nel primo capitolo – Tre ordini di simulacri” – che Baudrillard lancia le sfide più interessanti all’indirizzo del mondo fantascientifico. Esiste ancora una relazione tra l’immaginario e le nuove esigenze della science-fiction? Baudrillard non ha dubbi in merito: “… il buon vecchio immaginario della science-fiction è morto, e qualcosa d’altro, che non è più science-fiction, sta nascendo.” Una frase laconica che potrebbe mandare nel panico i puristi del genere e che invece costituisce una traccia affascinante per quei nuovi protagonisti della letteratura fantascientifica che amano indagare andando oltre i confini imposti da una definizione che sembrerebbe non prevedere contaminazioni (fra i pionieri di questo nuovo modo di reinventare la fantascienza, in Italia, sicuramente sono da annoverare i Connettivisti). Baudrillard afferma che in un mondo come quello attuale, in cui il modello, grazie alla simulazione, ha superato il reale diventando esso stesso un’anticipazione del reale, non c’è più spazio per “anticipazioni finzionali” e quindi per una trascendenza immaginaria. Per dirla in parole povere: la fantascienza, se vuole sopravvivere deve “morire”, orientarsi verso nuovi obiettivi, diluendosi in essi.

Superlativo il seguente brano tratto da “Cyberfilosofia”: <<La realtà poteva sorpassare la finzione: era il segno più sicuro del possibile gioco al rialzo dell’immagi­nario. Ma il reale non può sorpassare il modello, di cui non è che l’alibi. L’immaginario era l’alibi del reale, in un mondo dominato dal principio di realtà. Oggi è il reale che è diventato l’alibi del modello, in un universo retto dal principio di simulazione. Ed è paradossalmente il reale che è diventato oggi la nostra vera utopia – ma è un’utopia che non appartiene più all’ordine del possibile, perché non si può che sognarne come un oggetto perduto. Forse la science-fiction dell’era cibernetica e iperreale non può che consumarsi nella resurrezione “artificiale” di mondi “storici”, cercare di ricostruire in vitro, fin nei minimi dettagli, le peripezie di un mon­do anteriore, gli avvenimenti, i personaggi, le ideolo­gie passate, svuotate del loro senso, del loro processo originale, ma allucinanti di verità retrospettiva. Così in Simulacri di Dick, la guerra di Secessione. Gi­gantesco ologramma in tre dimensioni, dove la fin­zione non sarà più uno specchio teso al futuro, ma riallucinazione disperata del passato. Non possiamo più immaginare altri universi: la gra­zia della trascendenza ci è stata negata anche su que­sto terreno. La science-fiction classica è stata quella di un universo in espansione; trovava del resto le sue vie nei racconti di esplorazione spaziale complici del­le forme più terrestri di esplorazione e di colonizza­zione del XIX e XX secolo.>>

E poi, ancora, come a voler concretizzare definitivamente la sua sfida post-moderna: <<Non è più possibile partire dal reale e fabbricare l’irreale, l’immaginario a partire dai dati del reale. Il processo sarà piuttosto l’inverso: si tratterà di realizzare situazioni decentra­te, modelli di simulazione e di ingegnarsi a dar loro i colori del reale, del banale, del vissuto, di reinventare il reale come finzione, proprio perché il reale è scom­parso dalla nostra vita. Allucinazione del reale, del vissuto, del quotidiano, ma ricostruito, talvolta fin nei dettagli di un’inquietante estraneità, ricostruito come una riserva animale o vegetale, esposta alla vista con una precisione trasparente, e tuttavia senza sostanza, derealizzata in anticipo, iperrealizzata. La science-fiction non sarebbe più, in questo sen­so, un romanzesco in espansione con tutta la libertà e il naif che le derivano dal fascino della scoperta, ma piuttosto evolverebbe implosivamente, a immagine della nostra concezione attuale dell’universo, cercando di rivitalizzare, riattualizzare, riquotidianizzare dei frammenti di simulazione, frammenti di quella simulazione universale che è diventato per noi il mondo che si dice “reale”.>>

“Cyberfilosofia” è un libro che ogni scrittore di fantascienza dovrebbe leggere.

Memorie e apologie

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 novembre 2011 by Michele Nigro

<<La trattazione della figura storica di Hitler spesso suscita polemiche accese: mi riferisco alla proiezione del film “La caduta”, riguardante gli ultimi giorni di Hitler nel bunker di Berlino e da molti considerato come un’opera che umanizza il Führer, e alla più recente ‘discussione’ suscitata dalla professoressa Angela Pellicciari che ha scelto di adottare il testo scritto da Hitler – “Idee sul destino del mondo” – nel liceo romano Lucrezio Caro. Lei non crede che, per agevolare la crescita di una coscienza storica matura e consapevole da affiancare alla Memoria, si debbano consentire anche la lettura e la visione di tale materiale?

Anche io da ragazzo ho sentito il bisogno di leggere il “Mein kampf” di Hitler. Però io possedevo già gli strumenti per capire quel libro, gli stessi strumenti utilizzati per leggere, in seguito, i “Protocolli dei Savi di Sion”. Ciò che mi lascia perplesso di questa “professoressa” è la mancanza, da parte sua, della necessaria cultura scientifica nel valutare il testo. Chi insegna sa benissimo che un libro così pericoloso, senza un apparato critico, dato in mano a degli innocenti, a persone non consapevoli e non dotate di una cultura tale da poter affrontare la drammaticità di quel testo, può causare grossi danni. Non solo la mancanza di scientificità, mi preoccupa, ma addirittura questa professoressa ha scelto una versione con l’introduzione di un noto neofascista di Ordine Nuovo, implicato nelle famigerate stragi dell’Italia degli anni ’70: Franco Freda.
Oltretutto la scuola presso cui insegna aveva invitato il mio amico deportato Piero Terracina e la professoressa non si è presentata, giustificandosi dicendo che soffre molto quando sente le testimonianze della Shoah e quindi, per non soffrire, ha preferito non esserci. La vicenda si commenta da sé.>>

(tratto da Intervista a Georges de Canino “Nugae” n.9/2006)

Guido Davico Bonino e “La letteratura fantastica italiana”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 31 ottobre 2011 by Michele Nigro

Si è rivelato interessante e piacevole fin dalle prime battute l’excursus proposto il giorno 27 ottobre 2011 all’Università di Salerno dal prof. Guido Davico Bonino sulla letteratura fantastica italiana: una tematica che è stata curata in maniera sistematica dagli italianisti del nostro Paese solo a partire dagli anni ’20 e ’30 dello scorso secolo.

La “cicalata” sul fantastico italiano – come ha ribattezzato lo stesso Davico Bonino la sua dotta relazione – è partita da quelli che potremmo definire gli albori e non si è limitata a un’analisi ‘locale’ del genere letterario ma ha preso forza dall’inevitabile considerazione delle esperienze europee e mondiali che di seguito hanno influenzato positivamente gli autori italiani.

Sin dal ‘500 singolari scrittori hanno espresso la loro capacità creativa nell’ambito del fantastico.

Il primo nome illustre a cadere nella ‘rete’ del relatore è stato quello di Giovan Francesco Straparola (1480-1557?) che con la sua raccolta di racconti boccacceschi intitolata “Le piacevoli notti” introduce nella tradizione letteraria della penisola italica l’elemento fantastico. Senza tralasciare, in ordine cronologico, il famoso “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile (1566-1632) e le opere teatrali di Carlo Gozzi (1720-1806). Sarebbe stato pleonastico ribadire che questi autori classici con le loro opere rappresentano un tipo di fantastico che potremmo definire ‘primordiale’: il racconto fantastico di quei secoli coincide quasi sempre con una fiaba in cui è contenuto un “senso del meraviglioso” veicolato da animali introvabili in natura, piante mostruose, luoghi inimmaginabili, situazioni fisiche paradossali… Alcuni secoli più tardi, tuttavia, il saggista Cvetan Todorov (1939 – vivente) nella sua opera “La letteratura fantastica” avvertirà l’esigenza di mettere un po’ d’ordine affermando: <<bisogna distinguere tra ‘meraviglioso’ e ‘fantastico’>>

La Francia, dal punto di vista del genere fantastico, ha svolto l’importante funzione di ‘nazione apripista’: partendo da Charles Perrault, passando per Jean Cocteau, Jules Verne fino a un ‘insospettabile’ Émile Zola.

Non da meno la Germania con Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (1776-1822): giurista, scrittore e compositore; personaggio geniale e al tempo stesso discutibile, dedito all’abuso di alcolici e particolarmente interessato alle giovanissime donne! Tutta l’opera narrativa di Hoffmann (in 7 anni, dal 1815 al 1822, scrisse oltre 2000 pagine di romanzi e racconti, tutti fantastici) fu tradotta da Carlo Pinelli, fratello di Tullio, per l’Einaudi. Doveroso ricordare almeno la raccolta di Hoffmann intitolata “Fantasie alla maniera di Callot” (Fantasiestücke in Callots Manier, 4 volumi) scritti a partire dal 1814 e contenente il racconto “Il vaso d’oro”, tradotto nel 1824 da Thomas Carlyle.

A nutrirsi delle opere di Hoffmann sarà anche l’americano Edgar Allan Poe e dimostrerà di essere stato influenzato dall’autore europeo, tanto da farne il suo modello e il suo ideale, pubblicando nel 1840 i “Racconti del grottesco e dell’arabesco” (Tales of the Grotesque and Arabesque). In Francia l’autore de “I fiori del male”, Charles Baudelaire, all’età di venticinque anni legge Poe, ne rimane folgorato e lo traduce integralmente in francese dimostrando una certa devota ossessione.

Ala liberale dei Romantici, di cui fa parte anche Victor Hugo, sempre in Francia, lo scrittore di racconti fantastici Charles Nodier, bibliotecario della Biblioteca dell’Arsenale di Parigi, crea un cenacolo letterario che riunisce dal 1824 al 1836 penne del calibro di François-Adolphe Loève-Veimars che traduce in francese tutte le opere di Hoffmann.

Baudelaire scrive due saggi su Edgar Allan Poe e in generale si fa lentamente strada l’idea che le novelle brevi (non troppo brevi, però) sotto certi aspetti valgono più di una novella lunga o addirittura di un romanzo: la virtù insita nella sintesi che caratterizza il racconto breve diventa preponderante, perché ha il vantaggio immenso di accrescere l’effetto finale sul lettore. Anche se lo stesso Poe non rimane estraneo alla forma del romanzo, come dimostra la pubblicazione della “Storia di Arthur Gordon Pym”. Sin dall’ ‘800 la novella è il genere letterario preferito dagli scrittori francesi di fantastico. E non solo francesi.

All’appello non possono mancare i racconti fantastici di Théophile Gautier e quelli di altri due ‘insospettabili’ francesi: i venticinque tra racconti e romanzi squisitamente fantastici di Honoré de Balzac (del quale, dopo morto, si disse: “È morto il San Gottardo degli scrittori realisti”) e i cinquanta racconti fantastici (prelevati da un corpus di trecentocinquanta racconti) appartenenti a un altro grande personaggio della letteratura francese, Guy de Maupassant.

L’autore di origini francesi Adelbert von Chamisso scrisse nel 1814 un racconto che narra di un uomo senza ombra (venduta al demonio!) e intitolato “Storia straordinaria di Peter Schlemihl”. Molti di questi Autori sono stati tradotti in italiano.

Sergio Luzzatto e Gabriele Pedullà, curando per l’Einaudi l’Atlante della letteratura italiana, hanno preso in considerazione anche le ‘tracce fantastiche’ presenti nella storia della nostra letteratura. Tommaso Zanotti, invece, in maniera certosina ha elencato le traduzioni delle opere fantastiche tradotte in lingua italiana, da quando è nato negli italiani un certo interesse nei confronti di questo genere letterario, fino ai giorni nostri.

Ma è possibile individuare un preciso momento storico in cui collocare la nascita del fantastico italiano?

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L’agenda

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 26 gennaio 2011 by Michele Nigro

<<… Prima o poi la polizia avrebbe rintracciato la sua auto e non avrebbe potuto presentare agli inquirenti la spiegazione di “un altro Aldo” che viveva in lui e di cui non controllava le abitudini e le pulsioni. Avrebbe dovuto dire che si era trattato di un incidente e che in preda al terrore era fuggito via disperato. Sì…! Avrebbe detto così. Forse il giudice avrebbero preso in considerazione l’emotività onesta di un lavoratore integerrimo quale era sempre stato e come tutti lo conoscevano.

Il problema era un altro; le domande erano altre: da quanto tempo era nato questo nuovo Aldo? Le scritte sull’agenda erano solo gli ultimi segni dell’attività dispettosa e sovversiva di Aldo-due? Se così stavano le cose, quali e quante nefandezze aveva commesso negli anni precedenti? Gisella aveva notato qualcosa? A chi aveva fatto del male? E soprattutto: perché era nato? Come eliminarlo?

Le ipotesi erano molteplici e oscillavano tra una sfera squisitamente scientifica e un’altra più semplicemente – si fa per dire – “surreale”.>>

(tratto da L’agenda)

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Berlusconi e il ‘cut-up’ di Burroughs

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 gennaio 2011 by Michele Nigro

“Che combini?” – chiese la donna.

“Niente… Sto facendo a pezzi Berlusconi!” – rispose l’uomo senza scomporsi.

“Dopo, però, metti tutto a posto!” – intimò la donna.

“Non preoccuparti!”


Tempo fa su questo blog proposi un esperimento basato sull’utilizzo della cosiddetta tecnica del cut-up ampiamente e magistralmente sfruttata in ambito letterario (e non solo) dallo scrittore statunitense William Burroughs. Il potere ‘rivoluzionario’ insito nel cut-up di Burroughs consiste nella sua capacità di de-costruire il segnale apparentemente puro e corretto emesso dalle nuove e vecchie dittature mass-mediatiche: una de-costruzione che, in maniera sorprendente e direi anche avvilente, svela tutta l’impotenza di questo ‘giochino dadaista’ dinanzi all’autonomia sub-liminale della parola sradicata dalla frase e solo superficialmente divenuta nonsense. Il cut-up ha il merito di disegnare la mappa, non evidenziabile in altri ‘ragionevoli’ modi, degli intimi meccanismi che stanno alla base del CONTROLLO.

Verrebbe quasi da chiedersi: a cosa serve allora la ‘frase logica’? A cosa serve la sintassi? Sarei tentato di rispondere: a nulla! Quella che noi definiamo ‘comprensione’ è solo la componente conscia, manieristica, convenzionale, epidermica, visibile, udibile, dell’atto comunicativo (qualunque esso sia): in realtà, nei sotterranei della percezione, si nascondono meccanismi ben più inconsciamente sofisticati e capaci di ‘titillare’ i centri arcaici dell’Homo sapiens.

Il cut-up è in grado di interrompere (tagliandole fisicamente: dall’inglese cut up = ‘tagliare a pezzi’), questo sì, le linee logiche di associazione esistenti nel testo o nella sequenza musicale; non riesce però (se il ‘taglio’ viene effettuato a un livello medio, cioè non riducendo il testo in singole parole ma in frasi più o meno lunghe) a disattivare le connessioni associative in maniera radicale. Una frase, da sola, può conservare ancora una certa ‘pericolosità’ anche se sconnessa dal resto del testo e quindi priva di logicità testuale. Grazie all’esperienza del cut-up applicato al testo possiamo comprendere la differenza tra LOGICA e SENSO LOGICO. L’inintelligibilità del testo non coincide con il potere evocativo della singola parola. In una civiltà come quella attuale, abituata alla mediazione rapida e poco faticosa dell’Immagine, la ‘parola’ diventa icona, diventa diapositiva singola, autonoma, unicellulare, indipendente, provvista di senso logico anche quando siamo stati in grado di eliminare la logica dal contesto in cui la parola stessa è stata concepita e ‘allevata’. Il ‘senso’, facendo leva sul potere immaginifico della parola, ‘parla’ (espressione inflazionata in questi ultimi venti anni per motivi politici che tra poco affronteremo) alla pancia della gente. Dimenticando volontariamente fuori dalla porta la ben più necessaria logica. E questa regola vale in misura tanto maggiore, quanto più è semplice il testo. Una frase complessa, se scomposta, è più vulnerabile: il potere immaginifico in essa contenuto perde la sua energia strada facendo, attuando un taglio sempre più draconiano sul testo. Paradossalmente il cut-up, eliminando per sua natura proprio la ‘logica’ dal testo letterario e politico, ci permette di individuare le ‘centraline’ indipendenti del Controllo mass-mediatico.

Ed è così che è nata in me la necessità di sperimentare la tecnica del cut-up non più su un testo letterario (scomodando nuovamente il povero Manzoni e i suoi Promessi Sposi), bensì su uno scritto avente valenza sociale e politica: un messaggio del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi rivolto ai lettori del suo fan club. Il messaggio risale al periodo precedente al voto di sfiducia alla camera e al senato del 14 dicembre 2010.

Messaggio del Presidente del Consiglio

“Care amiche e cari amici, la missione che vi affido questa settimana è quella di aiutare gli italiani a capire questo momento politico così assurdo, così contrario all’interesse del Paese, così lontano dagli interessi veri della gente. Vi chiedo anche di mobilitarvi fin da ora per organizzare per sabato 11 e domenica 12 dicembre una grande manifestazione e una raccolta di firme a sostegno all’azione del governo per non tradire gli elettori, allestendo punti di incontro e di dialogo con gli italiani nei gazebo, nelle piazze e nei teatri delle vostre città. So che molti di voi anticiperanno questa mobilitazione già dalla prossima settimana e quindi credo riusciremo a mettere in campo una mobilitazione, un’azione davvero efficace. Il nostro governo, lo sapete, è il governo del fare, del fare quello che la gente chiede alla politica, cioè quello di cui il Paese ha bisogno. Gli altri parlano, noi facciamo. In questi due anni abbiamo risolto tutte le emergenze vecchie e nuove: il problema tragico dei rifiuti a Napoli e Campania è riemerso per incapacità delle amministrazioni locali: ho dato il via a un’operazione che in meno di due settimane porterà Napoli al suo dovuto decoro. Abbiamo agito con grande tempestività ed efficacia dopo il terremoto in Abruzzo e la Corte dei conti e l’Autorità sul controllo dei lavori pubblici hanno fatto giustizia di tutto il fango che era stato buttato addosso alla Protezione civile…” (continua qui)

Fase 1

“Facciamo a pezzi Berlusconi!”

La tecnica del cut-up è sostanzialmente semplice da realizzare ed è applicabile a qualsiasi testo: una volta stampato il testo da cutupizzare su un foglio bianco che sacrificheremo per la ‘causa’, non ci resta che scegliere la modalità di taglio. La forma più usata di cut-up (come si vede anche da alcuni video presenti in rete raffiguranti proprio Burroughs mentre illustra il ‘suo’ cut-up) consiste nel tagliare in quattro parti il foglio contenente il testo scelto dando a queste parti così ottenute un nuovo ordine. A questo punto già il testo è da considerarsi ‘alterato’, ma volendo si possono ‘spezzettare’ le sezioni ricavate in ulteriori parti più piccole e così via fino ad arrivare alle singole parole. Cercando, però, di lasciare intatte le frasi o le parole, a seconda del grado di taglio che decidiamo di applicare al testo. Unire due parti di due parole, per crearne un’altra nuova rappresentante un grugnito senza senso più che un neologismo avente un preciso significato, sarebbe ridicolo e grottesco e non servirebbe a niente dal punto di vista ‘rivoluzionario’!

La tecnica del cut-up in fin dei conti è personalizzabile, pur tenendo conto dell’unica regola appena esposta riguardante l’integrità delle parole. Io ho scelto di tagliuzzare il messaggio di Berlusconi in tante striscioline quanti sono i righi del foglio e in seguito ogni singola strisciolina in due, tre o più parti rispettando l’integrità delle parole come già ricordato. Nella foto sottostante il risultato del mio ‘tagliuzzamento’.

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Pomeriggi perduti

di Michele Nigro

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